ALMANACCO di PaginaInizio.com


venerdì, 20 novembre 2009, ore 13:39

Ci avevano fatto credere che dalle macerie del Muro di Berlino, dalla fine della guerra fredda, dal superamento di tensioni che trovavano la propria radicazione nei rancori di Yalta, sarebbe nato un sogno nuovo, un superstato unito e integrato di nome Europa, capace di porsi come il nuovo sistema economico, sociale e politico che, forte del suo secolare passato e della sua grandezza storica, sarebbe diventato il nuovo centro di gravità dell'occidentale. L'aspirazione ottimistica di un nuovo ombelico del mondo è subito crollata con la nascita delle istituzioni comunitarie e con l'ammodernamento di quelle che già esistevano a partire dagli anni 70: per lo più, carrozzoni ineffettivi ed inefficaci, incapaci di avere una voce forte ed unica, che si perdono in bisbigli di poco conto, sconosiuti ai più e comunque pedissequamente ignorati dai pochi che ne sanno qualcosa.

Poi si è avuta la fase, che ha contribuito ad acuire il senso di tristezza e sfiducia già ben forte dopo i primi passi del nuovo mastodonte comunitario, che ha comportato quella che - anche qui assai pomposamente - veniva presentata come l'armonizzazione degli ordinamenti giuridici degli stati membri: noi, poveri illusi, ci aspettavamo misure concrete di unificazione del diritto in merito a temi importanti e puntuali come la lotta alle mafie, all'inquinamento, agli investimenti, alla tutela effettiva e non meramente formale dei consumatori di fronte a grandi colossi dell'industria. Ci siamo invece ritrovati con le direttive che stabiliscono come debbono essere incartate le mozzarelle, come va cotta la pizza nei forni a legna, quanto burro di cacao può esserci nella cioccolata.

Un discorso a parte meriterebbe il mandato d'arresto europeo, buona idea attuata male perchè è impensabile che una misura restrittiva della libertà personale si attui con sistemi giuridici in materia profondamente differenti: si spazia infatti dal Pm sottoposto all'esecutivo della Grecia, alle modalità ipergarantiste dell'Italia; almeno una menzione merita poi la nota vicenda delle quote latte, che costringe alcuni paesi a buttare il frutto delle mucche nazionali e ad acquistarlo da chi ne produce meno (e - forse- con meno garanzie).

Poi venne l'euro, amato dai banchieri, veri padroni del sistema di Bruxelles, ed odiato da molti cittadini, che si sono ritrovati grazie al perverso gioco della quota di scambio, con uno stipendio in euro pari a quello che avevano in moneta nazionale, ma col quale oggi possono acquistare meno della metà di quello che comperavano prima.

Ed ora, quello che appare il colpo di grazia al sogno europeista: nomine nuove per vecchie cariche, e nominati sconosciuti, di secondo piano, senza esperienza e senza carisma. Agli "esteri" la signora Ashton, imposta da Gordon Brown che in Inghilterra ormai rappresenta solo sè stesso, dopo i lrifiuto di Blair: signora affabile, sembra la vicina perfetta, ma di esterni no nsa nulla avendo lavorato nel settore del commercio e - in patria - non è mai stata ministro o sottosegretario. Alla Presidenza il fiammingo Van Rompuy, appassionato di uccelli, primo ministro democristiano nel suo paese per qualche mese, senza lasciare traccia alcuna.

Quali i motivi di queste scelte? Necessità di addomestcare (qualora se ne ravvisi ulteriore bisogno) le istituzioni europee grazie a personaggi deboli e dunque manovrabili? Volontà di non scontentare, soprattutto per gli "esteri" i veri attuali padroni del mondo, cioè le nazioni del comparto arabo, di fronte alle quali è caduta la candidatura di Blair e verso le quali l'occidente giorno dopo giorno arreca sempre più nella nicchia che si è ricavato? Non si sa. Quel che certo è che questa Europa, resa ancora più macchinosa dal Trattato di Lisbona, ai cittadini proprio non serve affatto.

Alessandro74
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giovedì, 19 novembre 2009, ore 13:40

Dopo la sentenza di ieri del Tribunale costituzionale brasiliano, per riportare Cesare Battisti nelle patrie galere manca l'ultimo passo, ovvero la decisione finale del Presidente della Repubblica Lula che in teoria potrebbe sovvertire la decisione dei giudici, ma che in pratica si trova - finalmente - a dover fare i conti col trattato firmato con l'Italia in materia di estradizioni che ne diminuisce moltissimo la discrezionalità.

Ad un passo dunque da uno dei tanti capibastone dei moltissimi gruppuscoli satellite delle Brigate Rosse che hanno colorato di rosso gli anni 70, che si chiamano di piombo proprio per i tanti morti ammazzati da mani armate di pistole e menti bacate dall'odio ideologico, dal marxismo duro e puro, da quella lotta di classe che ieri permetteva di massacrare, gambizzare e ferire, e che oggi fa ancora echeggiare le parole "padroni", "imperialisti", "stato assassino" pronunciate da bocche - se possibile - ancora più ignoranti di quelle dei loro genitori.

Un passo, uno solo, per riportare qui, finalmente, un uomo che ha ucciso tre volte di sua mano e che, in una quarta occasione, quando era già detenuto, ha ordinato dall'alto del suo ruolo di guida morale dei Proletari armati per il Comunismo, un gioielliere che si era macchiato della grave colpa di essersi difeso da un tentativo di rapina posto in essere da un altro gruppo di suoi invasati fedelissimi. Tecnica consolidata, quella del terrorista coraggioso ed amico delle masse: si spara all'impazzata su un uomo che sta aprendo il negozio, accompagnato dai suoi figli, ed uno di questi si costringe sulla sedia a rotelle perchè, comunque, l'interesse del proletariato è superiore alla salute di chiecchessia, così come alla vita. Tuttavia, non è chiaro quale fosse il benessere proletario da difendere con la rapina di gioielli e preziosi.

L'ultimo passo per far scontare il meritato ergastolo all'uomo che, pur convinto delle proprie idee e per conseguenza delle proprie azioni, non ne ha mai affrontato le conseguenze, fuggendo in quella Francia così amica degli sparatori folli politicizzati da proteggerli addirittura con una dottrina, che non proviene dall'odiata Chiesa ma dal celebre Mitterrand, che garantiva lo status di rifugiato a chi pure aveva ammazzato, torturato, imprigionato, per deliranti fini terroristici, ma non aveva turbato in nessun modo la sacra quiete dei cugini d'oltralpe.

Un altro passo, un altro ancora, per far conoscere le nuove carceri italiane a chi dopo il sangue di innocenti versato a fiumi, dopo le morti di padri di famiglia e servitori dello stato che - chissà perchè - nell'ottica terrorista lavoratori non sono mai, ha iniziato a scrivere libri, che qualche casa editrice ha volentieri pubblicato, partecipando in prima persona a quel capitalismo che voleva distruggere.

Un altro passo, un altro ancora: anche se qualcuno come sempreparla di sentenze politiche, di testimonianze false, di confessioni estirpate con la tiortura, perchè si rispettano e si lodano solo le decisioni contro Berlusconi, compiamolo. Il silenzio e la continua offesa che subiscono le vittime di quel piombo lo pretendono e lo esigono.

Alessandro74
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lunedì, 16 novembre 2009, ore 08:30

DA CORRIERE.IT

L'ipocrisia si consuma nei mari del Sud

La Grande Ipocrisia sul clima si consuma nei Mari del Sud. Di fronte alla proposta danese di applicare la lezione di Tacito al vertice di Copenaghen, facendone un deserto e chiamandolo pace, Barack Obama si vuole saggio e consiglia ai leader del mondo di non permettere che il «meglio sia nemico del bene». Il bene sarà dunque un ossimoro, un accordo senza accordo, il preambolo politico che lascia però aperto l’esercizio sulla riduzione dei gas serra, affidando ai futuri negoziati i troppi nodi irrisolti.

Aveva altre scelte, il presidente ame­ricano? Nove anni dopo la fine dell’Am­ministrazione Clinton, Obama si ritro­va prigioniero di un rovello simile a quello che paralizzò Al Gore. Grande pa­tron dell’Accordo di Kyoto, il vice-presi­dente dovette arrendersi alla realtà dei rapporti di forza dentro il Congresso. E il Trattato non fu mai neppure portato all’esame di Capitol Hill. Anche Obama si è proclamato paladi­no della salvezza del pianeta. E anche Obama ha un problema con il Senato, che punta i piedi sulla legge per l’ener­gia e il clima, già votata dalla Camera dei Rappresentanti. Ma a differenza di allora, si tratta di un Senato democrati­co. Che ha i numeri, ma non la volontà politica di andare contro le lobby e adottare limiti molto severi alle emis­sioni nocive. Con tutte le sue energie politiche e intellettuali risucchiate dal­la battaglia sulla riforma sanitaria, il presidente del cambiamento non ha sa­puto o voluto dedicare la necessaria at­tenzione a quello del clima. Così, a Singapore, Barack Obama ha praticamente accettato senza fiatare un brutto compromesso, che però gli tor­na molto utile: dà infatti un po’ di tem­po alla sua Amministrazione per cerca­re di mettersi alle spalle la Sanità e quindi lavorare sul fronte climatico per convincere i troppi senatori riluttanti. Non ha molto tempo però, al massimo i primi mesi del 2010, poi si entrerà nel cono d’ombra delle elezioni di Mi­dterm e il Congresso avrà ben altro a cui pensare.

Ma la scelta di Obama di non battersi e non «guidare» ha molti risvolti nega­tivi. Offre per esempio un altro grasso alibi alla Cina, grande inquinatrice e grandissima forza frenante dell’intesa sul clima: ieri nel breakfast che ha por­tato all’intesa, il presidente Hu Jintao si è profuso in un’altra lezione ai Paesi più ricchi, sollecitandoli ad accettare ta­gli più profondi alle proprie emissioni. L’altro rischio che Obama corre è di incrinare il proprio prestigio e la pro­pria autorità morale su un tema che è tra le insegne della sua presidenza. In­tanto perché la versione della legge in discussione al Senato è lungi dall’offri­re al mondo quell’esempio che molte nazioni in via di sviluppo invocano da­gli Stati Uniti: prevede infatti una mode­sta riduzione del 20% sotto i livelli del 2005 entro il 2020. Meno di quanto pro­posto dalla Camera. E soprattutto mol­to meno del 25-40% rispetto al 1990 (sempre entro il 2020) indicato dalle Nazioni Unite. Non ultimo, la proposta danese sug­gerisce anche di fissare una data finale per la conclusione della seconda parte negoziale. Se poi dovesse passare an­che quella, senza che l’America abbia una decente legge sul clima, chi crede­rebbe più al sogno ecologico di Oba­ma?

Paolo Valentino

Alessandro74
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giovedì, 12 novembre 2009, ore 18:15

Ci risiamo: credevamo tutti che col passare del tempo il Silvio nazionale si fosse dedicato solo alle donne (ed alle donnine): ed invece rieccolo qua, col suo vizio -che rasaenta un pò la perversione- di volersi ad ogni costo salvare da un giudizio in tribunale, essendo primus super pares e - volendo - anche il superiore diretto di Dio. Meno male che Silvio c'è verrà sostituito dalla celeberrima Nessuno mi può giudicare: con musiche di Apicella, si esibiranno Berlusconi e Ghedini di fronte ad un folto pubblico di altri imputati beneficiati dall'amnistia mascherata da riforma della legge sulla ragionevole durata dei procedimenti presentata oggi al Senato della Repubblica (delle banane).

Meccanismo molto semplice quello scritto nei soli tre (pure abbastanza scarni) articoli in cui tale progetto si articola: estinzione dell'azione penale (leggasi: estinzione del processo) in tutti quei casi in cui dall'udienza di rinvio a giudizio dell'imputato trascorrano due o più anni senza che si arrivi a sentenza. Tradotto significa che la gran parte dei processi penali che si tengono oggi in Italia per reati la cui pena è inferiore ai dieci anni di reclusione (quelli, cioè, interessati dal Ddl) saranno cancellati, come se non fossero mai esistiti, con buona pace del senso della Giustizia (chi l'ha visto?), dei soldi spesi dagli avvocati delle parti civili e delle persone offese, nonchè dell'attività di indagine (ovviamente quando vi sia stata: ma questo è un altro discorso).

Orripilante, non c'è che dire. Anche l'elettore di destra che pur non si rassegna a dover convivere con l'ingombrante status personale di Berlusconi, se lo aspettava: caduto il lodo Alfano sotto i colpi di una sentenza sbagliata della Corte costituzionale, il rimedio per il processo Mills si sarebbe trovato. Ed è un rimedio grandemente peggiore di quello rappresentato dal tanto famigerato e vituperato lodo, che almeno incideva solo sulla posizione processuale delle alte cariche dello Stato, lasciando però ai tanti cittadini coinvolti loro malgrado in processi penali almeno l'illusione - e sottolineo: almeno quella - di ottenere giustizia, prima o poi.

Ma il lupo perde il pelo (non è vero, è acrilico ma c'è!) e conserva il suo vizio: dopo di me il diluvio, io sono al di là del bene e del male, dice il Re sole italico, quindi una sentenza contro di me non ci potrà mai essere, costi quel che costi. E così, di nuovo messa mano al meccanismo perfetto e stucchevole della legge ad personam, dal pool di avvocati stipendiati da Arcore ma anche dal pubblico erario in quanto parlamentari, è venuta fuori questa soluzione a metà strada tra l'orribile e l'impensabile.

Il nulla che come un deserto si pone di fronte all'uomo solo al comandoha già cominciato a far rumore, qualcuno in un momento di grande fervore politico ha anche gettato contro il muro i fogli su cui era vergata la legge Ghedini: ma nella sostanza, è proprio per l'inconsistenza dei propri avversari che l'uomo di Arcore fa quel che vuole. Quindi, inutile attendersi granchè dal Pd e dal resto della truppa.

Ora, dato che Veronica pare intenzionata ad agire per la separazione giudiziale dal marito, scommettiamo che la prossima riforma cancellerà le norme che prevedono l'addebbito per il coniuge infedele?

Alessandro74
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mercoledì, 11 novembre 2009, ore 08:57

Piove su quest'Italia corrotta e collusa, diluvia su questo territorio bellissimo governato in ogni caso da persone che vendono sè stesse e la loro carica al malaffare più becero e cattivo: piove, e l'Italia che non conta, quella abbandonata al suo destino, crolla e viene sommersa da un fango scuro e limaccioso, che toglie l'aria ed uccide il presente ed il futuro.

Messina come Ischia, Sarno come Quindici: lì dove non ci sono regole, dove tutto è lecito purchè porti soldi ai governanti di turno, si chiamino Cosentino e Bassolino, il panorama è sempre lo stesso. Case costruite ovunque, nei letti dei fiumi come sui costoni delle montagne disboscate (magari da un provvidenziale incendio), persone ammassate in luoghi insicuri che muoiono tragicamente. Frasi di circostanza accanto a lutti veri, pieni di dolore e di rabbia: un pò di confusione, un pò di mezzi di primo soccorso. Poi si spengono i riflettori, i giornali riprendono a parlare di chi va a letto con chi, e sui luoghi dell'ultimo disastro piomba il silenzio, con le case che rimangono dove sono, con le persone preoccupate e disilluse, tutti fermi ad aspettare la prossima pioggia.

Quel politico si vende a quel clan, quell'altro si consegna armi e bagagli ad un potente gruppo industriale, che ha la fidanzata nel comune della Capitale: e la Campania (come tante altre zone della nazione) continua ad essere quella ricca torta da tagliare e ritagliare in tante fette, molte grandi, altrettante sottili a seconda di chi tiene il coltello; non manca nemmeno chi si accontenta delle briciole che cadono dal vassoio, perchè l'importante è mangiare: poco importa se i cittadini che quella torta hanno permesso di comprarla sono subissati di tasse, rifiuti, posti di lavoro che vengono a mancare, morti ammazzati per le strade.

Mentre la politica ingrassa, senza distinzione alcuna tra i suoi protagonisti, la disperazione ed il disagio crescono: lassù, nelle finestre alte dei palazzi che contano, arriva solo un soffuso vociare, che quasi infastidisce i nostri algidi padroni: ogni tanto si scoodano per un funerale di Stato, rubando qualche ora al tourbillion degli appalti truccati, vinti sempre dalle stesse ditte anche se le strade si spappolano dopo un mese, i muri crollano con un temporale, le fogne si allagano con una grandinata, i viadotti autostradali si ripiegano quasi su sè stessi per le calde temperature che sciolgono il ferro di quarta serie o il calcestruzzo prodotto dagli amati cinesi.

Mentre noi camminiamo nel fango, alla ricerca magari dei nostri morti, conviene interrogarsi sul senso di continuare a legittimare col nostro puntuale voto la spartizione di quella torta che pare infinita a chi la gestisce.

Alessandro74
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lunedì, 09 novembre 2009, ore 14:00

Vent'anni, ma sembra ieri: da quel 9 novembre del 1989 il Muro di Berlino non c'è più, almeno fisicamente: nel cuore del continente più vecchio è fisicamente scomparsa la ferita che fungeva da cerniera e divideva in due il mondo, ergendosi a spartiacque tra la democrazia e la dittatura. Quel Muro grigio, nato da palizzate e fili spinati che l'Armata Rossa iniziò a costruire nel 1961 per impedire ai berlinesi della zona est di fuggire in quella ovest, che ha visto morire nel silenzio delle pallottole della sorveglianza armata giovani ed anziani che cercavano di vedere com'era il mondo dall'altra parte, che è stato testimone delle esplosioni delle mine antiuomo dislocate dai principi dell'Eden sovietico lungo il suo perimetro, per spengere sul nascere qualunque velleità di fuga, è oggi protagonista del nostro presente, in una festa di libertà che si regge sulla grande verità kennediana: la democrazia non è perfetta, ma non ha mai avuto bisogno di costruire muri per impedire che da essa si fugga.

Tanta retorica accompagna, ovviamente, ricorrenze di così ampia portata strorica: certo è che la demolizione del feticcio berlinese, coi suoi graffiti e i suoi slogan vergati con la vernice, è un fatto di rilevantissima portata. Innanzitutto perchè a contribuire al suo abbattimento hanno contribuito enormi personalità, molte delle quali premiate giustamente con un Nobel che non era ancora concepito come uno spot pubblicitario; poi perchè nel venire giù di quelle pietre (e di quel graffito che dipingeva Breznev ed Honecker baciarsi appassionatamente, lingua a lingua) c'è l'emblema della fine di un mondo, fatto di cortina di ferro e guerra fredda, di carri armati che vanno per imporre dopo aver finto di liberare, di blocchi contrapposti e di idee spacciate per alte e nobili ma - in realtà - aberranti e cattive, che per la loro fortuna hanno sfruttato quello che, per anni ed anni, non si poteva dire, lucrando su quel silenzio imposto un'esistenza sotto la falce ed il martello che altrimenti non avrebbero mai avuto.

Il Muro che cade e l'Unione sovietica che finalmente muore, di una morte - alla fine - molto più dolce di quella che la sua storia di sangue e violenze, di bugie e di menzogne, effettivamente meritava: una morte lenta, fatta di una quiescente non vita che tutt'ora è presente nelle menti di molti, come rimpianto di un tempo che garantiva agiatezza a pochissimi e miseria a tanti, drogati dalla propaganda di stato e dai giornali (pochi, peraltro) asserviti al megafono dei vari politburo.

Un Muro caduto che però è ancora in piedi, ad esempio, nelle menti e nelle coscienze di chi, da Presidente della Camera neoletto, rivolse il suo pensiero alle vittime dei "padroni" e degli "americani imperialisti": quel Bertinotti figlio del freddo che pochi anni prima condivideva il bollettino delle BR sull'omicidio D'Antona. Il Muro è ancora in piedi nella mente di Ferrero, che da Ministro della Repubblica faceva assumere nel suo ufficio un ex terrorista, ovviamente rossa; il Muro si erge ancora, troneggiante e vittorioso nel suo nulla culturale, in chi canta dieci, cento, mille Nassirya, così come in chi dice nè con lo stato, nè con i terroristi, e, con la sua snervante faccia tosta, in chi vede un eroe nel volto coperto da passamontagna di un ragazzo che tira un estintore in faccia ad un coetaneo, solo perchè indossa una divisa. Il Muro è ancora lì in chi perde le elezioni a causa del suo essere sempre uguale nel proprio deserto di programmi, ma non si rassegna e si attacca al gossip sfrenato, ad una superiorità morale che non c'è, a persone che vengono spacciate come grandi educatori dei nostri figli ma poi finiscono sul giornale con le braghe calate, in compagnia di maschietti che giocano a far le donne. Il Muro sopravvive, nel suo spettrale grigiore, in chi, da Capo del governo italiano, fieramente dichiara che nel viaggio in Turchia il Papa si potrà difendere con le sue amate guardie svizzere; lo stesso atroce Muro resiste ancora a quella Trabant che voleva sfondarlo in un altro celebre graffito che lo adornava nel forbito eloquio di chi dice che le tasse sono bellissime e che i giovani che vivono ancora con mamma e papà, dilaniati dalla precarizzazione lavorativa voluta da chi si spaccia - in un enensimo falso storico - come amico delle masse, sono in realtà degli smidollati bamboccioni.

Un Muro, soprattutto quando cade, non riesce a dividere il cielo, eterno ed infinito nella sua azzurra bellezza: può però, tenuto artificialmente in vita da personaggi fuori dal tempo, contribuire a mantenere una divisione nella politica che già di suo non cambia e che, nella sua fissità, è oggi il peggiore dei mali possibili-

Alessandro74
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venerdì, 06 novembre 2009, ore 13:53

L'immenso Barack, l'uomo venuto per cambiare il mondo, l'inarrivabile nuovo e definitivo presidente degli Stati Uniti se ne esce come un politicante italiano qualunque (e qualunquista) e bolla il pessimo risultato elettorale conseguito dal suo partito nelle votazioni per l'elezione di due governatori come "mera consultazione amministrativa", priva di reale valore politico.

Il Nobel per la pace sulla fiducia, ovvero un premio prestigioso derubricato e banalizzato ad anticipazione bancaria, gli show durante i comizi con giustificazioni firmate ai bambini che per venire ad ascoltarlo hanno fatto assenza a scuola, non hanno quindi arginato quel continuo diminuire dell'oceanico consenso che ne aveva favorito l'elezione. La politica estera che vuole l'America amica di tutti, che sta coi palestinesi ma anche con gli israeliani, che condanna Teheran per la lavorazione di sostanze atomiche ma che poi non si traduce in una reale politica di contrasto, la necessità annunciata di diminuire l'impegno militare a stelle e striscie nel mondo ed il contestuale inasprirsi dei bombardamenti sull'Afghanistan: tanti dati reali e non di celluloide che stanno facendo riflettere - e molto - i sudditi del nuovo Re, non più abbacinati dalla propaganda.

La politica interna è anch'essa fatta di annunci e grandi speranze, discorsi pomposi al cuore della gente, larghi sorrisi ed amichevoli promesse che sembrano provenire da quel bravo ragazzo del vicino di casa: la realtà, però, è quella di Bush junior, con interi quartieri pignorati dalle banche e messi in vendita, con l'assistenza sanitaria per tutti che continua a restare una chimera americana con buona pace del connazionale grande sogno; e che dire di Guantanamo, che è ancora lì, con tutti i suoi orrori e le sue violazioni illegali, anche se gli Stati uniti non torturano.

Un fiume di parole, la grazia ed il carisma dell'attore consumato, la bella famiglia allegra, felice ed unita così nello studio ovale come in vacanza: le promesse che si sommano alle carezze, ma di fatti - purtoppo - ne registriamo meno di zero. 

Vediamo invece che l'economia americana continua a stagnare, le attività commerciali sono in crisi, le automobili della GM sono ferme nei porti e nelle fabbriche, le tasse non calano: contestualmente vediamo - e gli americani con noi - che si trovano i soldi per premiare lautamente i grandi manager delle banche e degli istituti di credito che hanno causato la grande crisi del 2009 e, paradossalmente, si trovano anche i fondi per far sì che il Governo diventi azionista di maggioranza (o addirittura unico) di importanti istituti creditizi: il fine - alto e nobile - è quello di evitarne il fallimento, pazienza se poi - di fatto - torniamo alla nazionalizzazione ed al protezionismo finanziario.

Però, l'interprete libero, che tale voglia rimanere, e che voglia guardare la storia senza gli occhiali deformanti del pregiudizio politico, non può dimenticare quanti soldi di quei gruppi bancari sono finiti nelle casse di Obama durante la campagna elettorale. E' lecito prospettare la possibilità che il nuovo Presidente si stia sdebitando: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca diceva qualcuno molto amatriciano e poco americano.

Il mondo, intanto, almeno quello non ancora o non più incantato dal novello principe azzurro, resta a guardare, ed assiste impotente ed anche un pò deluso alla pantomima di un uomo bravo sul palcoscenico della vita ma che, almeno per ora, l'unica cosa che ha cambiato è stato il regolamento d'ordine della casa Bianca per consentire nei suoi giardini lo svolgimento della Festa di Halloween. Mettiamoci tutti nella zucca che per trasfrmare il mondo non basta aver sposato cat-woman. 

Alessandro74
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giovedì, 05 novembre 2009, ore 08:47

DA CORRIERE.IT

Marrazzo, al setaccio le note spese

ROMA — I conti in tasca al­l’ex governatore: è diventato questo uno dei capitoli centrali dell’inchiesta che ha travolto Piero Marrazzo. Nel mirino del­la procura sono finiti non solo i redditi del giornalista, ma so­prattutto i fondi destinati alle spese di rappresentanza. L’ipo­tesi è che Marrazzo possa aver usato il denaro della Regione per pagare trans e cocaina.

Riscontri, per ora, non ce ne sono. Ma per chiarire ogni dub­bio i carabinieri hanno acquisi­to l’elenco delle spese di rappre­sentanza: l’obiettivo è accerta­re se, in qualche caso, il denaro per gli incontri clandestini sia stato mascherato sotto voci del tipo «cene ufficiali» o «finanzia­menti ad associazioni cultura­li ». Un trans avrebbe riferito che nell’ambiente era noto che l’ex governatore pagava con i soldi della Regione, ma si trat­ta di un’informazione ancora da verificare.

Rimbalza così in procura la domanda che in questi giorni circola dovunque a Roma: co­me ha potuto Marrazzo pagare migliaia di euro a Natalie e for­se ad altri viados? Il suo stipen­dio da presidente era di 10.566,89 euro al mese: una somma elevata, ma non abba­stanza da potersi permettere tanta generosità con i trans. Nel bilancio della Regione (ca­pitolo R13502) i fondi destinati alle spese di rappresentanza co­stituiscono invece un bel gruz­zolo: 400 mila euro per que­st’anno, che in realtà sono 742.679 perché nel 2008 erano rimasti 342.679 euro.

Non sfugge neanche a Mar­razzo che il tema del denaro speso per via Gradoli è bollen­te. Ed è forse per questo che nell’ultimo interrogatorio (il deposito del verbale, ieri, ha de­terminato il rinvio dell’udienza del Riesame a lunedì prossi­mo) ha cambiato versione sul­la cifra data a Natalie: «La som­ma che avevo al momento di entrare nell’appartamento era di soli tremila euro. Mille euro, e non tremila come detto in precedenza, li ho poggiati su un tavolinetto; gli altri duemila erano rimasti nel portafogli». E i cinquemila del primo interro­gatorio? «Mi sono confuso — ha spiegato l’ex governatore al procuratore aggiunto Giancar­lo Capaldo e al pm Rodolfo Sa­belli — perché il giorno prece­dente avevo effettuato un pre­lievo di cinquemila euro dal mio conto corrente. Mi era ri­masta la somma di tremila eu­ro dopo aver effettuato alcuni pagamenti per esigenze familia­ri per un importo di circa due­mila euro » .

Non solo: in questo secondo interrogatorio i carabinieri poi arrestati appaiono molto più minacciosi. «Mi trattarono con estrema durezza e violenza — ha raccontato l’ex governatore —. Mi spinsero in un angolo, impedendomi di tirarmi su i pantaloni che mi stavo levan­do. In tal modo mi trovavo in uno stato psicologico di inferio­rità e umiliazione. In più occa­sioni vennero in contatto con me quasi a volermi intimidire, come per farmi capire che era­no armati » .

Marrazzo ha poi definito «sporadici e occasionali» sia gli incontri in via Gradoli, sia l’uso della cocaina. «Non so di­re da quanto tempo conosco Natalie — ha sostenuto —. Ero stato con lei non più di due o tre volte dal gennaio di que­st’anno ». L’ex governatore ha poi ribadito che in casa c’erano solo lui e il trans («Ho deciso all’improvviso di andare in via Gradoli, nessuno poteva cono­scere questa mia intenzione») e che la droga è apparsa solo al­l’arrivo dei carabinieri. Alla versione bis di Marraz­zo sull’atteggiamento dei mili­tari replica l’avvocato Bruno Von Arx, difensore di Luciano Simeone: «Si aggiungono bu­gie a bugie. Il nuovo verbale di interrogatorio reso dall’ex pre­sidente della Regione Lazio è un vano tentativo di irrobusti­re l’accusa con elementi poco convincenti» .

Lavinia Di Gianvito

Alessandro74
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lunedì, 02 novembre 2009, ore 14:01

Dopo le accuse reciproche, l'odio ed il livore, la rabbia e l'indignazione, scoppia (forse?) quella pace che non t'aspetti ed a parole e con comunicati il Governo italiano sponsorizza a gran voce la candidatura di Massimo D'Alema a successore di Javeir Solana come "Ministro degli Esteri della UE". In un colpo solo cancellati anni ed anni di attacchi concentrici con Berlusconi? Sembrerebbe di sì.

Misteri dell'italica politica. Si sa che l'uomo chiamato Baffino è - simpatico od antipatico che possa sembrare - uno dei pochi uomini politici compiutamente definibili tali nell'assai mediocre panorama del Belpaese: che questo sia un pregio è - ovviamente - revocabile in dubbio, soprattutto in un sistema in cui il fare della politica un mestiere produce tanti guasti e tante degenerazioni che richiamare il sistema di Ceppaloni e dei coniugi Mastella è solo un esercizio enigmistico.

Tuttavia, non si può negare al D'Alema una certa capacità di fiutare l'aria che tira e la direzione del vento, nonchè il sapersi muovere assai bene nei sacri palazzi romani e secondo le regole un pò naif ed un pò assassine dei confronti politici (chiedere, per saperne di più, a Prodi e Veltroni, tanto per citare due vittime celebri del Massimo nazionale). Quindi, se D'Alema ringrazia apertamente l'esecutivo per il suo concreto impegno a favore della propria candidatura, è evidente che ci sarà del vero. Quale sarà la contropartita è difficile dire: un pò di gossip in meno? Una pax armata in vista delle prossime elezioni al Quirinale? Una Corte costituzionale finalmente equilibrata? Un atteggiamento soft del PD di Bersani (che, come Giano bifronte, di D'Alema è l'altra faccia) rispetto ad un possibile esito del processo Mills sfavorevole a Re Silvio?

Chissà. Ma che una contropartita ci sia è fuori di dubbio: chi vivrà, vedrà (forse).

Lasciando tuttavia queste riflessioni, legate al continuo gioco di scambio, di pesi e contrappesi che connatura la pantomima partitica italiana, è più che legittimo avanzare delle riserve sul merito della scelta. Fermo restando che non si possono avere preclusioni ad un uomo del centrosinistra candidato dell'Italia ad un ruolo di alto prestigio nelle istituzioni comunitarie, è possibile che non ci sia di meglio da proporre?

Dobbiamo proprio ridurci a scegliere e sostenere chi faceva il tifo per Ricucci ed i furbetti del quartierino? Chi sfilava tra le vie di Beirut sottobraccio a Nasrallah, magari reduce dall'organizzazione di un ennesimo attentato terroristico? Dobbiamo proprio accontentarci di uno che, pur di diventare Presidente del Consiglio all'indomani della caduta del Prodi primo, ha costruito con un giro di potere e di poltrone senza precedenti una maggioranza inesistente, che andava dai neonati Comunisti italiani di Cossutta all'Upr di Cossiga, costituitasi coi voti determinanti di parlamentari eletti nel centrodestra e poi - chissà come e chissà perchè - confluiti in questo movimento non presentatosi alle elezioni e poi sciolto subito dopo la nascita di quel (peraltro assai mediocre) esecutivo? Dobbiamo sentirci rappresentati tutti, nessuno escluso, da chi ha l'ardire di presentarsi in tv a indignarsi per la querela di Berlusconi contro Repubblica, dopo aver chiesto un risarcimento miliadario a Forattini (dico: a Forattini!) per un'innocente vignetta? Dobbiamo essere fieri di avere come alto funzionario UE in quota italiana uno che attacca i partiti che hanno un solo padrone, e poi gestisce da anni ed anni le sorti del proprio ma sempre nel buio, nottetempo, senza mai metterci la faccia?

Leggi non scritte regolano, come si diceva, questi rapporti e queste pesanti trame nelle ombre fitte del Palazzo che conta, e che con la sua presenza incombe sul quotidiano della presente e delle future generazioni: ciò tuttavia non toglie che molti non comprendono ed altrettanti sono stufi di veder tutto deciso senza tenere in alcun conto la pubblica opinione, quantomeno di coloro che - tanti, troppi - non beneficiano delle trame dei regnanti ma anzi le subiscono, senza se e senza ma, in un eterno ritorno dei soliti volti che ormai ha logorato ogni resistenza.

Alessandro74
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domenica, 01 novembre 2009, ore 19:58

L'ultimo Gran Premio della stagione, nell'avveniristico circuito di Abu Dhabi, è stata la degna e coerente fine di uno dei campionati più brutti che la storia della Formula 1 ricordi: gara piatta, zero sorpassi, luci stroboscopiche a coprire l'assenza di quello spettacolo che non molto tempo fa pure c'era, ed era bello da vedere.

I soldi, si sa, hanno azzerato ogni forma di competizione sportiva, riducendola ad un supermarlet più o meno itinerante dove non conta il gesto od il virtuosismo ma il conto in banca e la capacità di acquisto di questo o quello sponsor. Così, nell'anno di grazia 2009, dei regolamenti scritti in fretta e furia, pomposamente descritti come moralizzatori perchè chiamati a garantire una diminuzione dei costi (ma che in realtà consentivano lo sviluppo di struimenti oscuri ed inutili come il kers, costato alla sola Mc Laren 35 milioni per due sole vittorie) hanno consentito un campionato a due velocità suddiviso, soprattutto all'inizio, tra chi le norme le ha rispettate e chi le ha violate nello spirito, diventando poi campione del mondo pur schierando due piloti che definire mediocri e far loro un complimento.

Nelle more, lo scandalo crashgate riferito all'incidente di Nelsinho Piquet lo scorso anno a Singapore: pilota non pervenuto, che del padre porta solo il nome e forse la faccia tosta, che però ha consentito alla Federazione internazionale, ormai in stato confusionale, di eliminare dalla scena lo scomodo Briatore, nemico giurato di queste regole utili a nessuno, ma - al contempo - di lasciare impunita la Renault e di confermare l'ordine di arrivo di un gran premio che, una volta dimostrato il dolo di Piquet stesso nello sbattere contro quel muro, avrebbe dovuto essere neutralizzato.

Credibilità zero per i signori dell'automobile, già duramente provati due anni fa dalla Spy story McLaren-Ferrari: sonno profondo per lo spettatore, amante delle auto e della velocità, che si trova a sbadigliare dopo la partenza ed a dormire sonni profondi già dopo venti giri.

In tutto questo, l'annus horribilis della Ferrari: la Nazionale rossa ha messo in pista una macchina indecente, sottosterzante da far paura, incapace di andare dritta pure sui rettilinei, lenta e senza aderenza, capace di vincere sul circuito più bello (non disegnato da un qualche esteta che nulla capisce di automobilismo) in quel di SPa, grazie ad uno di quei rari momenti il grandissimo pilota che c'è in Kimi Raikkonen ha messo da parte l'uomo, talmente introverso e problematico da essere sconosciuto pure a lui stesso. Sulla Ferrari si è accanito il destino, che ha tolto di mezzo Felipe Massa  a Budapest, con un incidente terrificante ma fortunatamente finito bene: da quel giorno, è stato come mettere in pista una vettura sola, con Badoer che meritava una chance prima, e Fisichella poi, incapaci di venire a capo del volante da dea Kalì della vettura numero 4.

L'anno prossimo ci sarà l'unico vero campione in pista oggi assieme ad Hamilton, ovvero Fernando Alonso, il solo capace di battere un signore chiamato Michael Schumacher. Speriamo che sia l'inizio di una nuova alba rossa: per intanto, un saluto a Raikkonen, vincitore del titolo nel 2007, che se solo dimenticasse i tanti fantasmi della sua mente sarebbe davvero uno fortissimo.

Alessandro74
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