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Gabriele Cagliari fu un manager di Stato, quotato in area socialista. Il 3 novembre 1989 divenne Presidente dell'Eni. Nel 1993 venne arrestato per ordine dei Pubblici Ministeri Fabio de Pasquale ed Antonio Di Pietro della Procura della Repubblica di Milano. Cagliari fu arrestato per la maxi tangente che la stessa Eni versò a quasi tutti i partiti politici per estromettere, anche in virtù di un accordo con la SAI di Ligresti, L'Ina-Assitalia per l'acquisto di Montedison. Reato gravissimo, ma la colpevolezza di Cagliari non fu mai provata perchè il processo che lo riguardava non si potè celebrare a causa della sua morte, avvenuta per quello che fu considerato suicidio il 20 luglio del 1993.
Oggi che Di Pietro manifesta ancora una volta il suo carattere ruspante e la sua scarsa educazione, riuscendo a passare per un uomo rozzo anche quando ha ragione accusando Berlusconi di immoralità, è bene ricordare cosa scriveva del "Pool Mani Pulite" Gabriele Cagliari poche ore prima di morire in una lettera alla sua famiglia. Ricordiamolo perchè i pericoli per la democrazia e la libertà non vengono solo ed esclusivamente da Berlusconi, come dice l'ex PM molisano: vengono anche da una magistratura esagitata, che deborda dal suo ruolo istituzionale, che si accanisce contro uomini che hanno corrotto, concusso ed abusato del proprio ufficio per profitto personale e partitico, ma che sempre uomini restano.
Lettera di Gabriele Cagliari alla sua famiglia del 10 luglio 1993
"Miei carissimi Bruna, Stefano, Silvano, Francesco, Ghiti: sto per darvi un nuovo, grandissimo dolore. Ho riflettuto intensamente e ho deciso che non posso sopportare più a lungo questa vergogna.
La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell’opinione pubblica. La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici ha fatto il resto.
Ci trattano veramente come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile.
Sono qui da oltre quattro mesi, illegittimamente trattenuto.
Tutto quanto mi viene contestato non corre alcun pericolo di essere rifatto, né le prove relative a questi fatti possono essere inquinate in quanto non ho più alcun potere di fare né di decidere, né ho alcun documento che possa essere alterato. Neppure potrei fuggire senza passaporto, senza carta d’identità e comunque assiduamente controllato come costoro usano fare
Per di più ho sessantasette anni e la legge richiede che sussistano oggettive circostanze di eccezionale gravità e pericolosità per trattenermi in condizioni tanto degradanti.
Ma, come sapete, i motivi di questo infierire sono ben altri e ci vengono anche ripetutamente detti dagli stessi magistrati, se pure con il divieto assoluto di essere messi a verbale, come invece si dovrebbe regolarmente fare.
L’obbiettivo di questi magistrati, quelli della Procura di Milano in modo particolare, è quello di costringere ciascuno di noi a rompere, definitivamente e irrevocabilmente, con quello che loro chiamano il nostro “ambiente”. Ciascuno di noi, già compromesso nella propria dignità agli occhi della opinione pubblica per il solo fatto di essere inquisito o, peggio, essere stato arrestato, deve adottare un atteggiamento di “collaborazione” che consiste in tradimenti e delazioni che lo rendano infido, inattendibile, inaffidabile: che diventi cioè quello che loro stessi chiamano un “infame”. Secondo questi magistrati, a ognuno di noi deve dunque essere precluso ogni futuro, quindi la vita, anche in quello che loro chiamano il nostro “ambiente”.
La vita, dicevo, perché il suo ambiente, per ognuno, è la vita: la famiglia, gli amici, i colleghi, le conoscenze locali e internazionali, gli interessi sui quali loro e loro complici intendono mettere le mani.
Già molti sostengono, infatti, che agli inquisiti come me dovrà essere interdetta ogni possibilità di lavoro non solo nell’Amministrazione pubblica o parapubblica, ma anche nelle Amministrazioni delle aziende private, come si fa a volte per i falliti.
Si vuole insomma creare una massa di morti civili, disperati e perseguitati, proprio come sta facendo l’altro complice infame della magistratura che è il sistema carcerario.
La convinzione che mi sono fatto è che i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura psicologica, dove le pratiche possono venire a maturazione, o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della pelle della gente.
Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza teste né anima.
Qui dentro ciascuno è abbandonato a stesso, nell’ignoranza coltivata e imposta dei propri diritti, custodito nell’inattività nell’ignavia; la gente impigrisce, si degrada e si dispera diventando inevitabilmente un ulteriore moltiplicatore di malavita.
Come dicevo, siamo cani in un canile dal quale ogni procuratore può prelevarci per fare la propria esercitazione e dimostrare che è più bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione alcuni giorni prima o alcune ore prima.
Anche tra loro c’è la stessa competizione o sopraffazione che vige nel mercato, con differenza che, in questo caso, il gioco è fatto sulla pelle della gente. Non è dunque possibile accettare il loro giudizio, qualunque esso sia.
Stanno distruggendo le basi di fondo e la stessa cultura del diritto, stanno percorrendo irrevocabilmente la strada che porta al loro Stato autoritario, al loro regime della totale asocialità. Io non ci voglio essere.
Hanno distrutto la dignità dell’intera categoria degli avvocati penalisti ormai incapaci di dibattere o di reagire alle continue violazioni del nostro fondamentale diritto di essere inquisiti, e giudicati poi, in accordo con le leggi della Repubblica.
Non sono soltanto gli avvocati, i sacerdoti laici della società, a perdere la guerra; ma è l’intera nazione che ne soffrirà le conseguenze per molto tempo a venire. Già oggi i processi, e non solo a Milano, sono farse tragiche, allucinanti, con pene smisurate comminate da giudici che a malapena conoscono il caso, sonnecchiano o addirittura dormono durante le udienze per poi decidere in cinque minuti di Camera di consiglio.
Non parliamo poi dei tribunali della libertà, asserviti anche loro ai pubblici ministeri, né dei tribunali di sorveglianza che infieriscono sui detenuti condannati con il cinismo dei peggiori burocrati e ne calpestano continuamente i diritti.
L’accelerazione dei processi, invocata e favorita dal ministro Conso, non è altro che la sostanziale istituzionalizzazione dei tribunali speciali del regime di polizia prossimo venturo. Quei pochi di noi caduti nelle mani di questa “giustizia” rischiano di essere i capri espiatori della tragedia nazionale generata da questa rivoluzione.
Io sono convinto di dover rifiutare questo ruolo. E’ una decisione che prendo in tutta lucidità e coscienza, con la certezza di fare una cosa giusta.
La responsabilità per colpe che posso avere commesso sono esclusivamente mie e mie sono le conseguenze. Esiste certamente il pericolo che altri possano attribuirmi colpe non mie quando non potrò più difendermi. Affidatevi alla mia coscienza di questo momento di verità totale per difendere e conservare al mio nome la dignità che gli spetta.
Sento di essere stato prima di tutto un marito e un padre di famiglia, poi un lavoratore impegnato e onesto che ha cercato di portare un po’ più avanti il nostro nome e che, per la sua piccolissima parte, ha contribuito a portare più in alto questo paese nella considerazione del mondo.
Non lasciamo sporcare questa immagine da nessuna “mano pulita”. Questo vi chiedo, nel chiedere il vostro perdono per questo addio con il quale lascio per sempre.
Non ho molto altro da dirvi poiché questi lunghissimi mesi di lontananza siamo parlati con tante lettere, ci siamo tenuti vicini. Salvo che a Bruna, alla quale devo tutto. Vorrei parlarti Bruna, all’infinito, per tutte le ore e i giorni che ho taciuto, preso da questi problemi inesistenti che alla fine mi hanno fatto arrivare qui.
Ma in questo tragico momento cosa ti posso dire, Bruna, anima dell’anima mia, unico grandissimo amore, che lascio con un impagabile debito di assiduità, di incontri sempre rimandati, fino a questi ultimi giorni che avevamo pattuito essere migliaia da passare sempre insieme, io te, in ogni posto, e che invece qui sto riducendo a un solo sospiro?
Concludo una vita vissuta di corsa, in affanno, rimandando continuamente le cose veramente importanti, la vita vera, per farne altre, lontane come miraggi e, alla fine, inutili. Anche su questo, soprattutto su questo, ho riflettuto a lungo, concludendo che solo così avremo finalmente pace. Ho la certezza che la tua grande forza d’animo, i nostri figli, il nostro nipotino, ti aiuteranno a vivere con serenità e a ricordarmi, perdonato da voi per questo brusco addio.
Non riesco a dirti altro: il pensiero di non vederti più, il rimorso di avere distrutto i nostri anni più sereni, come dovevano essere i nostri futuri, mi chiude la gola.
Penso ai nostri ragazzi, la nostra parte più bella, e penso con serenità al loro futuro.
Mi sembra che abbiano una strada tracciata davanti a sé. Sarà una strada difficile, in salita, come sono tutte le cose di questo mondo: dure e piene di ostacoli. Sono certo che ciascuno l’affronterà con impegno e con grande serenità come ha già fatto Stefano e come sta facendo Silvano.
Si dovranno aiutare l’un l’altro come spero che già stiano facendo, secondo quanto abbiamo discusso più volte in questi ultimi mesi, scrivendoci lettere affettuose.
Stefano resta con un peso più grave sul cuore per essere improvvisamente rimasto privato della nostra carissima Mariarosa.
Al dolcissimo Francesco, piccolino senza mamma, daremo tutto il calore del nostro affetto e voi gli darete anche il mio, quella parte serena che vi lascio per lui.
Le mie sorelle, una più brava dell’altra, in una sequenza senza fine, con le loro bravissime figliole, con Giulio e Claudio, sono le altre persone care che lascio con tanta tristezza. Carissime Giuliana e Lella, a questo punto cruciale della mia vita non ho saputo fare altro, non ho trovato altra soluzione.
Ricordo Sergio e la sua famiglia con tanto affetto, ricordo i miei cugini di Guastalla, i Cavazzani e i loro figli. Da tutti ho avuto qualcosa di valore, qualcosa di importante, come l’affetto, la simpatia, l’amicizia.
A tutti lascio il ricordo di me che vorrei non fosse quello di una scheggia che improvvisamente sparisce senza una ragione, come se fosse impazzita. Non è così, questo è un addio al quale ho pensato e ripensato con lucidità, chiarezza e determinazione.
Non ho alternative. Desidero essere cremato e che Bruna, la mia compagna di ogni momento triste o felice, conservi le ceneri fino alla morte. Dopo di che siano sparse in qualunque mare. Addio mia dolcissima sposa e compagna, Bruna, addio per sempre.
Addio Stefano, Silvano, Francesco; addio Ghiti, Lella, Giuliana, addio.
Addio a tutti. Miei carissimi, vi abbraccio tutti insieme per l’ultima volta.
Il vostro sposo, papà, nonno, fratello"
Gabriele
Tra la magistratura italiana e Silvio Berlusconi lo scontro si fa sempre più aspro. Da una parte troviamo lui, il Presidente del Consiglio, l'uomo che parla di sè in terza persona e che per la quarta volta si trova alla guida del paese, sfruttando non certo la sua abilità nel governo ma l'inconsistenza e la dannosità dei governi di sinistra, capaci di disgustare talmente tanto l'elettorato da spingerlo, di fatto, a votare per uno che ha ancora nel cassetto della scrivania la tessera di quella allegra compagnia di amici che si chiamava (anzi, si chiama) Loggia P2. Invasato da sacro fuoco riformista, pronto a tutto pur di riformare davvero il sistema giustizia, il Capo del Governo inizia subito con due riforme essenziali: il lodo Schifani aggiornato (che, e qui ha ragione, è il gemello del lodo Maccanico a dimostrazione del fatto che la tendenza del legibus solutus sta a destra come a sinistra) e il giro di vite sulle intercettazioni. Tra una cosa e l'altra, per non perdere tempo, un'altra efficace soluzione ai mali dei tribunali italiani quale è la legge sospendi processi. Una volta queste cose si chiamavano "interesse privato in atti d'ufficio" (non starò qui ad elencare i processi che vedono protagonista il Premier: li conoscono tutti, sono notori). Poi questo delitto è stato abrogato ed oggi si chiama "conflitto di interessi", quello che una volta al giorno Di Pietro ci ricorda che esiste. Chissà perchè non lo ha risolto quando sosteneva i due governi di Prodi e quello di D'Alema: è un mistero che nessuno svelerà mai. Nel frattempo, Silvio IV, novello Re Sole, è lì sulla breccia, premiato più dalla totale assenza di alternative capaci di porsi come credibile alternativa sia nella sua stessa coalizione (dietro di lui il nulla, anche Fini ormai ha perso il suo ascendente a causa dell'nevitabile logorio all'ombra dell'eterno numero uno) sia a sinistra (Veltroni ha demolito Roma e questo ora lo hanno capito - finalmente - tutti: per il resto, nel suo partito ci sono i talebani cattolici della Binetti e tutti gli uomini del mortadella, che assieme a lui hanno portato l'Italia sull'orlo del fallimento).
Dall'altra parte del ring, arroccati e chiusi come una corporazione medioevale, ci sono i magistrati capaci solo di ricordare a tutti quanto sono autonomi. Qualcuno dovrebbe ricordare loro tutta la norma costituzionale: autonomi sì, ma soggetti a quella cosa che si chiama legge, che va applicata sia quando appare giusta, sia quando appare ingiusta. Strepitano per la limitazione delle interecettazioni, sostenendo che si tratta di uno strumento di indagine essenziale e che adesso non si potranno più disporre per reati di alto allarme sociale come furti e rapine. Mi chiedo come facevano senza intercettazioni Falcone e Borsellino ad istruire i maxiprocessi. Mi chiedo anche se, in questi anni, un solo PM abbia ordinato intercettazioni telefoniche od ambientali per scoprire il furto di una macchina parcheggiata o per trovare il rapinatore della vecchietta che ha appena preso la pensione. Alla faccia tosta proprio non c'è limite: infatti, tanto per ribadire il concetto, abbiamo sentito in questi giorni magistrati parlare dicendo che è ignobile sospendere processi per violenza carnale o per lesioni per fare un piacere al Premier. Vero. Verissimo anzi. Solo che si omette intenzionalmente una cosa: si tratta di un provvedimento legislativo che ricomprende reati commessi prima del 2002, ma ormai siamo nel 2008; cosa è stato fatto in questi anni anzichè celebrare e definire con sentenza passata in giudicato i processi il cui blocco oggi viene definito ignobile? Niente di niente. Ancora: il Csm dice che questa legge è incostituzionale: di per sè, sono d'accordo. Ma mi sfugge una cosa: il parere su materie attinenti all'organizzazione del servizio giustizia il Csm lo deve fornire al Ministro di Grazia e Giustizia, come dice la legge, o alle agenzie di stampa, come invece è stato fatto? Probabilmente alle seconde: anche perchè, altrimenti, non capiremmo mai come e perchè i verbali delle trascrizioni delle amate intercettazioni vengono pubblicati prima sul giornale e poi inseriti nel fascicolo processuale di pertinenza. Nel frattempo, mentre con la toga infilata si comunicano questi alti concetti e si diffondono atti tendenzialmente segreti, decorrono i termini di custodia cautelare: escono assassini e stupratori, ladri e rapinatori. Ma non era ignobile sospendere i loro processi? Ed infine: quanto costa l'jnefficienza di questa Casta? Se consideriamo che sono ormai in numero incalcolabile i procedimenti iscritti per il risarcimento del danno da ingiustificata durata del procedimento, e che l'indennizzo è pagato dall'erario e quindi dai cittadini, non è improprio dire che in dipendenza delle tante chiacchiere e del poco lavoro di chi si erge ad arbitro del bene e del male per i cittadini stessi si è aggiunta una tassa occulta. Ma loro, i nostri giudici autonomi ed indipendenti, continuano a tenere udienza, nel Tribunale di Roma almeno, solo due volte a settimana. In Corte d'appello civile dopo la prima udienza segue la seconda, distanziata di non meno di quattro anni. Ma l'importante è dire che la legge blocca processi è ignobile.
Vero.
Ma solo quella, siamo sicuri?
Con una soluzione tipicamente italiana, Marcello Lippi torna sulla panchina della Nazionale di calcio dopo la risoluzione dello strano contratto che legava ancora, almeno formalmente, Roberto Donadoni alla panchina della squadra azzurra. Io ho sempre stimato Donadoni, prima come giocatore, poi come onesto allenatore capace di far giocare bene una squadra comunque di seconda fascia come il Livorno. La sua gestione non ha certo prodotto una Nazionale dal gioco esaltante, ma ha comunque garantito la partecipazione all'Europeo con la vittoria in un girone di qualificazione non semplice. Inoltre, la sconfitta contro la Spagna è intervenuta contro una squadra oggettivamente più forte e soltanto ai calci di rigore che, a parte la finale di Berlino, non ci sono mai stati amici.
Donadoni ha portato in Austria e Svizzera gli uomini attualmente migliori del calcio nostrano: non penso gli si possa imputare di aver lasciato a casa qualcuno capace di fare la differenza. E' triste dirlo, ma meglio di quelli portati c'era poco o nulla. Semmai, il CT si è trovato a fare i conti con gente del tutto fuori forma e sopravvalutata (Toni), con personaggi ormai alla fine di una gloriosa carriera e che comunque in Nazionale non hanno mai entusiasmato (Del Piero) e con qualche onesto artigiano del pallone oltre a due giovani bravi davvero come De Rossi e Chiellini. Di Buffon non parlo perchè è un fenomeno e c'è poco da dire.
Per il resto, l'Italia calcistica è diventata esterofila: il calcio delle tv e degli sponsor ti spinge ad imbottire la squadra di club di stranieri in numero esorbitante, pochi dei quali fanno davvero la differenza. Così, non nascono nuovi bravi calciatori col passaporto nostrano e l'effetto si vede: solo in difesa abbiamo giocato con tre ultrantenni su quattro (Panucci, Grosso e Zambrotta).
Ora torna Lippi, il Mister simpatia che se n'era andato non si sa ancora perchè con la Coppa del Mondo ancora calda dopo la festa del Circo Massimo. Torna Lippi, uomo fidato della Gea e protagonista di calciopoli.
Speriamo almeno torni anche quella fortuna che ci ha accompagnato nel mondiale tedesco...
Il 22 giugno del
La misteriosa sparizione, preceduta il 7 maggio da quella di una coetanea di Emanuela, Mirella Gregori, viene collocata temporalmente e spazialmente alle ore 19.30 circa davanti a Palazzo Madama, quando un vigile urbano la vide salire su una BMW scura: da quel giorno ipotesi, illazioni, depistagli ma nessuna verità.
Il rapimento fu collegato all’attentato a Giovanni Paolo II di due anni prima, alla banda della magliana, alle vicende della finanza vaticana gestita dallo Ior di Paul Casimir Marcinkus, il vescovo che sosteneva come
Oggi, una donna dal passato discusso e discutibile, fatta di droga a fiumi e reati vari, ha dichiarato che Emanuela venne rapita su ordine proprio di Paul Marcinkus, e che esecutore del suo ordine criminoso fu Enrico de Pedis, detto Renatino, membro di spicco proprio della banda della Magliana.
E’ un racconto, quella della testimone, incerto e senza indicazioni di prove precise, peraltro difficile purtroppo da verificare dopo 25 anni di depistagli.
Restano i dubbi di chi allora indagò (l’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato) e quelli degli attuali magistrati inquirenti, ai quali va però riconosciuto il merito di aver riaperto l’inchiesta e di agire, sembra, con grande impegno.
Restano poi anche i dubbi nascenti dal comportamento della gerarchia ecclesiastica in merito ai protagonisti di questa vicenda: la protezione accordata a Marcinkus fino al suo allontanamento (ed anche il suo essere stato nascosto agli occhi del mondo in una piccola parrocchia dell’Illinois fino alla sua morte- ufficialmente per attacco cardiaco – il 20 febbraio 2006); la sepoltura di De Pedis nella basilica di Sant’Apollinare, patrocinata dal rettore della Basilica in quanto il bandito era da considerare come un grande benefattore dei poveri di Sant'Apollinare ed ordinata dall’ex Cardinale Vicario Ugo Poletti in accordo con Giovanni Paolo II (è ben strano che un bandito possa essere seppellito in una Basilica dalla storia millenaria, la cui cripta contiene le salme del patriziato romano e della nobiltà ottocentesca e che è, a tutti gli effetti dato il regime concordatario, zona extraterritoriale inaccessibile alla magistratura italiana se non dopo lunga ed estenuante rogatoria); il silenzio sul punto proprio di Giovanni Paolo II, un silenzio non del tutto coerente con l'immagine che il Papa ha dato di sè durante il suo Pontificato.
Tra le immagini più belle di Roma, una di quelle che i turisti adorano fotografare per riportare con sé nelle loro case, è il sole che tramonta alle spalle della Basilica di San Pietro: situazione naturale di straordinaria bellezza e suggestione, che riempie gli occhi anche dell’ateo e che soddisfa il cuore di ogni credente. Tuttavia, è anche un’immagine fortemente e marcatamente allegorica: come ogni corpo che si frappone tra la luce del sole e tutto ciò che le sta davanti,
Da Il Messaggero.It
Le valutazioni della Ragioneria dello Stato
ROMA (19 giugno) - «Il Comune di Roma non è stato in grado di generare un proprio equilibrio di parte corrente». Così cominciano le "Valutazioni della Ragioneria generale dello Stato sui dati di bilancio" presentata oggi dal sindaco di Roma Gianni Alemanno sulla situazione del bilancio.
«Ma - prosegue la relazione - ha dovuto attingere, in modo sempre più marcato, alla liquidità destinata agli investimenti, senza però essere in grado di generare un surplus di entrate libere per poterla ricostruire, creando un cosiddetto debito di flusso. Questo debito rappresenta l'entità del riequilibrio strutturale che serve perché l'Ente possa ritrovare un proprio equilibrio duraturo dalla parte corrente di bilancio. E' stato stimato in circa 1.089.698.012 di euro l'entità del riequilibrio strutturale necessario al Comune di Roma».
Il dettaglio dell'analisi dei cospicui residui attivi e passivi «permetterà - si legge - una valutazione puntuale della stima ripresa dalla Ragioneria che ha comunque segnalato la criticità dei residui attivi relativi all'incasso dell'Ici, nei confronti dell'Ater, e delle multe non riscosse». Nel testo viene spiegato che «il debito totale del Comune al 31 dicembre 2007 è di 8.151 milioni di euro. Dal dato rilevato dalla Ragioneria, si evidenzia che nel bilancio 2008-2010 approvato dal Consiglio comunale sono previsti ulteriori investimenti da finanziare con il ricorso al mercato creditizio per 1.544,4 milioni. Complessivamente, se al debito contratto si somma il debito programmato, il totale complessivo è pari a circa 9.762 milioni».
Segue poi un passo importante della relazione: «Si può affermare, con tutte le cautele del caso, che il Comune di Roma versi in una situazione di grave difficoltà finanziaria sia per quanto concerne la competenza che, ancor di più, per quanto concerne la cassa, con una tendenza al peggioramento del 2009 e 2010».
«Il peso degli oneri finanziari per il 2008/9 - si legge nelle valutazioni - sono stati stimati in euro 467 e 633 milioni rispettivamente. A partire dal 2009 gli oneri del debito assorbiranno oltre il 20% delle entrate correnti previste dal bilancio previsionale approvato e che nel biennio 2009-2010 rappresentano un incremento complessivo di 387 milioni rispetto al 2008». Per
Altra area di criticità, «gli oneri espliciti e impliciti nei confronti delle diverse aziende non quotate che fanno riferimento al Comune e hanno beneficiato di anticipazioni dal Comune per 869 milioni di euro vantando esse stesse crediti non liquidati nei confronti della Regione per il trasporto pubblico locale di 765 milioni di euro». La relazione segnala che «congiuntamente Ama ed Atac presentavano a fine 2006 una posizione finanziaria netta negativa per oltre un miliardo di euro».
«Si può dire con certezza - si legge infine - che appare necessario invertire la tendenza inerziale del bilancio, poiché le risultanze riportate indicano che, al momento, l'andamento delle entrate e delle spese non garantisce la sostenibilità finanziaria, nemmeno nel breve periodo».
Di fronte alle parole scritte nella relazione formata dalla ragioneria Generale dello Stato, la prima cosa che viene in mente è che se un’azienda fosse stata gestita così, sarebbe fallita. La seconda cosa che viene in mente è una riflessione sulla marcata incapacità degli amministratori di questa azienda i quali, con la più elementare ignoranza dei principi basilari dell’economia non diciamo di elevato livello, ma proprio di quella spicciola che ci consente di andare al supermercato, hanno speso molto più di quanto guadagnavano, dedicando alla spesa corrente anche i fondi destinati agli investimenti. Come dire, non ho guadagnato abbastanza per andare in vacanza, ma posso però farmi dieci giorni a Formentera utilizzando i soldi messi da parte per pagare il gas e la luce tanto, alla fine, prima che me li stacchino troppo tempo passa….
Così Veltroni e la sua giunta hanno amministrato Roma, facendo un ricorso talmente massiccio all’indebitamento da far ritenere necessario un programma pluriennale per il rientro. Dalle parole del Ragioniere generale traspare dunque una profonda incapacità gestionale ed anche una notevole dedizione allo sperpero, suffragata da una semplice riflessione: se il Comune di Roma ha fatto ricorso così tanto al mercato del credito, e se ha sistematicamente speso i fondi liquidi destinati agli investimenti strutturali, come mai le strade sono piene di buche, otto cantieri urbani su dieci sono fermi, e zone intere sono prive di illuminazione stradale? Dove sono andati a finire quei soldi mutuati dagli istituti di credito e quegli altri vincolati a fini pubblici? Non si sa.
Malgrado il fatto che l’attestazione del bilancio fortemente in rosso provenga da un organo pubblico e non da una agenzia privata, malgrado il fatto che il segretario comunale non abbia sottoscritto i documenti contabili di previsione relativi al 2008, come prevede la legge, giustificando la mancata firma con una suggestiva “mancanza di tempo”, l’opposizione sventola dei cartellini con slogan risibili e parlano di invenzione. Devo dire un po’ intriga questa idea della vita vissuta come una continua fantasia, questo insistente richiamo all’immaginazione ogni qual volta si viene accusati di aver fatto marachelle: un po’ come i bambini, sorpresi dalla mamma a guardare in tv uno spettacolo non proprio consono, che si giustificano dicendo di attendere i cartoni animati. Purtroppo, come insegna la storia, gli uomini mediocri di fronte alla pesantezza ed alla verità delle accuse loro rivolte, non sanno difendersi in altro modo se non sostenere che tutto è bugia.
Veltroni, poi, dimostra sempre di non essere minimamente all’altezza di quel ruolo di statista che qualcuno, improvvidamente, gli ha affidato: prima ha taciuto per giorni poi oggi, alla convenzione del PD in una sala piena solo degli uomini che componevano il governo di Prodi, ha detto che Berlusconi è l’ultimo che può parlare del deficit a Roma perché nel quinquennio 2001-2005 aumentò il debito pubblico di 30 miliardi. A parte che questa considerazione non è stata suffragata da numeri ufficiali come invece oggi è per la città da lui fino a ieri amministrata, ed ammettendo anche che sia vera l’affermazione dell’ex sindaco, la domanda è semplice: cosa c’entra questo coi soldi scomparsi nella Capitale? Non si sa.
Veltroni, l’uomo che ha speso molto per pagare le consulenze sicuramente perfette ed utili di Silvia Baraldini e che non si è opposto all’assegnazione di un ben remunerato posto nell’amministrazione comunale romana all’ex brigatista rossa Claudia Gioia, che ha consentito l’urbanizzazione selvaggia della periferia alla faccia delle zone verdi che erano rimaste disinteressandosi totalmente del fatto che i nuovi quartieri non hanno neppure un mezzo pubblico (su questo vi invito a vedere la puntata dedicata alla materia da Report, intitolata I Re di Roma, oppure a leggere la trascrizione integrale delle interviste e degli interventi lì proposti), che ha riempito la città di centri commerciali, non ha saputo dire niente di meglio: Berlusconi ha fatto peggio di me, non può parlare.
Walter, continua così: in questo modo, malgrado le aberrazioni giuridiche del capo del governo, sempre pronto ad una guerra personale contro tutto ciò che somigli anche lontanamente ad un tribunale, continui a perdere quel poco che ti è rimasto, come, ad esempio, in Sicilia.
ROMA (16 giugno) - Sono riprese all'alba le ricerche del pusher marocchino che ieri sera alle 21, con un fucile da caccia, ha ingaggiato due sparatorie nel quartiere periferico di Centocelle a Roma, in via della Primavera e viale delle Orchidee. L'uomo ha aperto il fuoco prima con un romeno e poi con alcuni agenti di polizia, rifugiandosi poi nel parco di Forte Prenestino. Poliziotti e carabinieri hanno bonificato tutta l'area del Forte Prenestino e l'intero fossato, sono entrati in tutti i cunicoli del forte, vecchia fortezza militare, ma dell'uomo nessuna traccia. «Riteniamo che si sia allontanato dalla zona», affermano gli inquirenti, che però continuano a presidiare l'area perché non è escluso che ritorni sui suoi passi. Le ricerche sono state allargate a tutto il quadrante sud della capitale. Vicino al fossato le forze dell'ordine hanno trovato cinque cartucce calibro 12 (utilizzate per fucili da caccia), 2 esplose e 3 inesplose. Trovata anche una spada lunga un metro che nei giorni scorsi l'uomo, che ha allestito la sua dimora proprio nel forte Prenestino, aveva brandito contro i passanti come hanno raccontato alcuni testimoni alla polizia. Nascosti nell'area utilizzata dallo straniero per dormire anche
Il pusher vive proprio nei pressi del Forte, una zona impervia circondata da un fossato dove, negli ultimi anni, sono sorti alloggi di fortuna per immigrati e senzatetto. Per la caccia all'uomo è stato utilizzato ieri sera anche un elicottero della Polizia, munito di un faro. Antonio Franco, dirigente di polizia del commissariato Prenestino, ha fatto sapere che la questura sta valutando le modalità dell'intervento, e che della questione si sta occupando in prima persona il questore Marcello Fulvi. Intanto, due volanti della polizia sono tornate a pattugliare la zona del Forte.
I conoscenti: lo "zio" non è una persona cattiva. Una persona «quasi poetica», per i favori che fa ai suoi conoscenti nonostante il tipo di vita che conduce, e «contornata da una rete di contatti e di solidarietà» composta da tanti dei frequentatori abituali del parco del Forte Prenestino. Una persona «non violenta, che la sera ti offre da fumare il narghilè gratis se non hai i soldi». Così alcune ragazze frequentatrici abituali del parco descrivono il pusher marocchino ricercato, definito «il baffo» o «lo zio»: «Sappiamo che vive qui da tanti anni facendo questo mestiere - dicono - ma non sembra una persona cattiva. Una decina di giorni fa un gruppo di persone ha avuto un diverbio con lui. Non è la prima volta che vengono qui per contendergli il territorio». Le ragazze, frequentatrici occasionali del vicino Centro Sociale Forte Prenestino, sottolineano poi che non è giusto fare le generalizzazioni: «Non si può dire che qui si spaccia solo per la presenza del Centro sociale - affermano -. Al Forte Prenestino se una persona chiede a qualcuno se ha dell'hashish, viene risposto di no: è un posto pulito sotto questo punto di vista».
Dall'edizione cartacea del Messaggero di martedì 17 maggio 2008, pagina 41
di MARCO DE RISI
Le contraddizioni di un quartiere di periferia si rispecchiano nel prato spelacchiato e incolto del parco di via delle Palme. Un parco dove lo spaccio a cielo aperto è irrefrenabile e dove le mamme, a malincuore, portano a giocare i bambini tra siringhe e rifiuti. I poliziotti se ne sono andati da poco. Per tutta la notte hanno dato la caccia, infruttuosa, a Larbi Tobabi, 44 anni, nascosto come un animale metropolitano nella vegetazione, oltre una cancellata verde e acuminata, che segna il confine del parchetto con il fossato profondo dieci metri del Forte Prenestino, da tempo occupato dai ragazzi del centro sociale. Centocelle, ieri mattina, si è risvegliata con la radio e la tv che descrivevano la caccia senza quartiere a Larbi. Pericoloso questo Larbi: marocchino, che ha sparato più fucilate contro un equipaggio della polizia proprio dalla cancellata. Polizia e carabinieri, convinti che l’uomo si nascondesse nel parco o nel fossato, hanno impugnato le pistole d’ordinanza e sono arrivati anche i pompieri con corde e funi per esplorare il fossato. Poi Addirittura sono piombati qui i “Nocs”. Così per tutta la notte per scoprire che Larbi s’era dissolto nel nulla.
Eppure c’è addirittura chi ne parla bene di Larbi, «generoso e buono» (i ragazzi del centro sociale) che è stato anche aggredito a colpi di machete da una banda di romeni che voleva spodestarlo dall’angolo del parco dove spacciava a tutto spiano. Fa gola alla malavita quella “postazione”, protetta da una sorte d’immunità di cui godono gli occupanti del centro sociale e strategicamente perfetta. Da lì si spaccia a tutte le ore: rigorosamente hascisc. Dalla cancellata si vede in tempo reale l’arrivo dei poliziotti e allora ci si nasconde nel fossato, ripostiglio prezioso per chili e chili di droga.
E pensare che il parco di via delle Palme doveva essere un parco giochi. C’è lo scivolo, c’è la pista di pattinaggio. Ma le mamme con i bambini si fermano a una ventina di metri dalla cancellata. Anche ieri mattina (poco dopo che le forze dell’ordine avevano lasciato campo libero) sono arrivati alcuni ragazzotti di colore intenti a fare quello che fanno tutti i giorni. «Vuoi fumo?», ci dicono. «Se non vuoi fumo da qui devi sparire, capito»? Così vanno avanti tutto il giorno e tutta la notte. Ci sarebbero tanti lampioni al parco di via delle Palme anche alimentati con i pannelli solari. Ci sarebbero perché non funzionano. C’ha pensato la banda capeggiata da Larbi a spaccare tutte le lampadine così al calare della sera quel fazzoletto di terra fra via Federico Delpino e la Togliatti diventa un inferno buio dove balenano anche le spade. Sì, perché Larbi l’ha usata più volte una spada per ferire i suoi rivali.
«Roba da pazzi – racconta Maria, 40 anni, una figlia -. Qui si ha sempre paura. Quando entri fai uno sforzo di ottimismo, ma ti trovi fra sbandati e spacciatori. La sera, poi, solo un pazzo si avventurerebbe qui. Si sentono a volte anche colpi d’arma da fuoco e il rumore di bottiglie frantumate». «Un mese fa – racconta Giampiero, 30 anni – ero in finestra ed ho visto una scena surreale, sembrava un film poliziesco. Ho visto entrare un motorino e una macchina dentro il parco e dal portabagagli hanno tirato fuori un fucile. Come si fa, poi, a sentirsi sicuri?»
La Centocelle multietnica, con la moschea in via dei Frassini e i tanti musulmani che gestiscono ristoranti e frutterie, non accetta il giro di spaccio nel parco. Il ragazzo del bar all’angolo con via delle Orchidee, un orientale, la pensa come la signora romana che abita in via delle Palme: «Noi paghiamo le tasse, siamo bravi cittadini e questi qui ci rendono la vita impossibile». Il parco immerso nell’oscurità è cruciale per lo spaccio gestito da marocchini, tunisini, albanesi e romeni che avvistano i fari delle “volanti” molto prima che i poliziotti possano vedere loro. Non c’è poliziotto o carabiniere della zona che non abbia dato la caccia agli spacciatori. Proprio Larbi, il ricercato, li aveva minacciati con la spada a notte fonda. La polizia, il commissariato Prenestino, e i vigili urbani, un anno e mezzo fa, hanno provato a sgominare la banda a ridosso del forte. Un’operazione imponente: undici nordafricani arrestati, tra i quali anche Larbi che poi è stato scarcerato ed è tornato tranquillamente a spacciare, chili di hascisc sequestrati. Nello stesso periodo, proprio vicino la cancellata dello spaccio, fu trovato cadavere un nordafricano. La gola aperta da una coltellata: uno sgarro nel mondo della droga. Proprio a Centocelle, pochi mesi fa, la polizia ha sequestrato in un appartamento centinaia di chili di hascisc.
Il Forte Prenestino è una delle sedici fortificazioni costruite per custodire la neonata Italia unita a metà dell’800: la struttura militare è circondata oggi da un piccolo parco, le cui piante risalgono, in buona parte, all’amministrazione comunale di Giulio Carlo Argan che riuscì ad ottenere dal demanio statale tutta l’area, per dedicarla a verde pubblico e svago dei cittadini.
Oggi il Forte Prenestino è una zona divisa in aree: c’è il mercato del sesso verso viale Palmiro Togliatti, l’area dello spaccio di cocaina verso il centro del parco, e l’area dedita allo spaccio di hashish, marjyuana e altre cosette buone nella zona di viale delle Orchidee, ovvero nella parte alta verso viale di Tor dè Schiavi. Di giorno ormai pochi cittadini ci si avventurano: di notte è proprio una zona extraterritoriale, nella quale anche la polizia, le rare volte che interviene per le risse che vi si scatenano, ha paura ad entrare.
In questa zona, come leggete nell’articolo, si annidano personaggi quasi mitologici, come questo marocchino che va in giro con una spada (sul sito del Messaggero potete vedere anche la foto) e, malgrado questo, qualche sua affezionata cliente dice che è una brava persona.
Di fronte alle notti romane, che non sono bianche come amava dire Veltroni, mi viene da sorridere se penso ad un post che ho visto in giro nei giorni scorsi in cui si dice che la decisione di far piantonare le aree urbane di notte dall’esercito tende a modificare l’ordinamento. Mi viene da sorridere anche di fronte alle dichiarazioni di Veltroni, l’uomo che ha permesso a molti punti di Roma di trasformarsi in centri di potere paralleli ed antagonisti rispetto a quello dello Stato, che parlano di svolta autoritaria.
In realtà, dichiarazioni come queste dimenticano la norma costituzionale che stabilisce che l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica, dimentica che questa decisione viene presa con una legge delle Camere che hanno pieno mandato popolare, dimentica il diretto precedente (quei Vespri siciliani decisi in un momento di spropositato allarme sociale, momento che, facendo le debite proporzioni e ferme le differenze tra mafia e criminalità comune, si sta riproponendo ancora oggi) e, soprattutto, dimenticano il triste ma fondamentale dato di fatto rappresentato dalla mancanza di fondi per le forze dell’ordine tradizionali. Senza poi contare che queste concezioni non tengono conto nemmeno del fatto che per le nostre strade i militari ci sono già, e sono i Carabinieri, che non sono una forza di pubblica sicurezza ma un’Arma ora a sé stante e fino a qualche tempo fa inquadrata nell’esercito.
Ad ogni modo, speriamo di non incontrare il cavaliere errante munito di spada: anche se chi usufruisce dei suoi servizi e della sua elevata professionalità di pusher ritiene che si possa definire una brava persona, preferisco evitare di morire nel 2008 come si usava nei duelli medioevali.
Il referendum irlandese mostra chiaramente la crisi di un' Europa unita soltanto dall'Euro, ma totalmente disgregata quando si passa a verificare la reale volontà dei cittadini dell'Unione di vivere assieme un percorso istituzionale e sociale. Il Trattato di Lisbona, pur con alcuni miglioramenti rispetto al frutto perverso che era la Costituzione "forte" licenziata da apposita convenzione nel 2005 e drasticamente bocciata da Francia ed Olanda e quindi affondata, è un testo normativo che propone alcune eccessive limitazioni delle sovranità nazionali (soprattutto in tema di politica interna) che fa dell'Europa di Bruxelles, agli occhi di molti, il moderno esempio del centralismo burocratico piuttosto che della sussidiarietà e del decentramento armonizzati da principi comuni.
L'Europa così com'è esiste solo grazie ai Parlamenti nazionali che, come si appresta a fare il nostro ai primi di luglio, ratificano le norme dei Trattati senza chiedere il parere ai propri cittadini sull'utilità e la digeribilità ai livelli bassi degli stessi: il che rappresenta una marcata diminuzione del tasso di democrazia reale, solo in parte sopperita da vuote dichiarazioni, enfatiche e di principio, sull'utilità della cooperazione europea. In realtà, l'Europa unita viene percepita dai cittadini come la causa prima del loro impoverimento: incapace di opporsi allo strapotere dei mercati orientali, in stato confusionale rispetto alla sistematica invasione di prodotti a basso costo, incapace di reagire se non con cervellotiche decisioni che liberalizzano l'orario lavorativo portandolo, per chi vuole, a più di 48 ore settimanali (contestualmente aumentando i costi imprenditoriali a causa delle ripercussioni in termini di lavoro straordinario), inconsistente ed incapace di parlare ad una sola voce di fronte al delirio militare americano.
Ancora, la discutibile istituzione del mandato d'arresto europeo, che permette ad una autorità inquirente di un paese comunitario di spiccare ordini di arresto nei confronti di qualsiasi cittadino dell'Unione: col rischio, ad esempio, di escludere ogni sindacato (se non meramente formale) del giudice nazionale e di sottoporre all'autorità di pubblici ministeri alle dipendenze del potere esecutivo (il caso è quello della Grecia) cittadini di Stati assai più garantisti.
Ed in più, l'odio sempre più percepibile della gente per l'Euro, improvvida moneta unica che pur avendo la forza di raggiungere la parità col dollaro, non riesce ad arginare la corsa del petrolio verso stime che hanno di gran lunga superato la quota-terrore, ovvero quei cento dollari al barile che Osama Bin Laden indicò come l'arma finale verso le disagiate economie occidentali.
Così, ogni volta che possono, i cittadini di una somma di stati che in realtà somma non è e non vuole essere, fanno trapelare tutto il loro odio verso questa istituzione sbagliata, lontana da loro anni luce ma vicina, troppo, agli interessi forti delle multinazionali.
Da Corriere.It
Torino: devastano stabile e si filmano
TORINO - Dodici minorenni incensurati tra i 12 e i 16 anni sono stati identificati e denunciati dai carabinieri di Torino con l'accusa di aver gravemente danneggiato un edificio pubblico in disuso e rovinato l'intera struttura. I loro raid, pianificati e ben studiati nei dettagli, sono stati poi filmati con i telefonini. I giovani hanno spaccato i bagni, i muri, l'impianto elettrico, le porte e le finestre. Il danno stimato è di oltre 30 mila euro. Sequestrati dai carabinieri i filmati dei videofonini.
«SPACCA TUTTO» - I raid andavano avanti da alcune settimane e sono stati scoperti dai carabinieri il 25 aprile, quando sono entrati, dopo le segnalazioni di alcuni cittadini, nell'edificio di proprietà del Comune di Giaveno, in fase di ristrutturazione per essere trasformato in una scuola. In quell'occasione i militari hanno trovato due ragazzini armati di spranghe, ma dal telefono cellulare di uno di loro è saltata fuori una quindicina di filmati che riprendevano le scorribande del gruppo. Si tratta di ragazzi in prevalenza di 13-14 anni, che non sapevano come passare il tempo e, senza rendersi conto della gravità delle loro azioni, si intrufolavano nella struttura. «Dai», «Spacca tutto», «Colpisci più forte»: così si incitavano tra loro. La Procura dei Minori ha aperto un fascicolo: il reato ipotizzato è danneggiamento aggravato.
Il nuovo parco giochi delle giovani generazioni non si chiama più Luna Park, ma You Tube: nell'era digitalizzata, dove basta un cellulare capace di riprendere e fotografare (alla fine, non è nemmeno importante che ci si possa telefonare) ed un computer connesso alla rete, per divertirsi basta un bel pò di sano spirito distruttivo, delle spranghe e, possibilmente, una buona dose di birra e qualche sana cannetta (non da pesca).
Così, mentre mamma e papà come al solito guardano da un'altra parte, oppure si foderano gli occhi e si chiudono il naso, i bimbi dell'Italia del 2008 demoliscono un edificio pubblico, danno fuoco ai capelli di un compagno, picchiano un disabile per vedere che effetto che fa, tirano i cancellini addosso al professore per vincere il premio annesso, e poi si postano sul portale dei video gratuiti dove, diciamolo, se non hai almeno una trentina di secondi da star non sei proprio nessuno e le ragazze non ti filano.
Tristezza per queste generazioni con molto fuori e niente dentro. Rabbia per queste famiglie, che non si sa dove sono, cosa fanno e come vivono. Famiglie da rieducare, prima dei loro figli.
Stupore e sconcerto per i professori, evidentemente di indole sessantottina, del liceo Virgilio a Roma i quali, dopo un intervento dei carabinieri contro lo spaccio di droga, parlano di procedura irrituale anzichè farsi, anche loro come molte mamme e molti papà, un esame di coscienza.

"Io sono solo un cretino. Ma con un pò di talento"
Dino Risi - Milano, 23 dicembre 1916 - Roma, 7 giugno 2008
Da Corriere.It
Bimbo di un anno muore a Treviso
E' la conseguenza di una circoncisione
VENEZIA - Un bimbo di un anno è morto a Treviso per un'emorragia che - secondo le prime ipotesi dei sanitari - potrebbe essere stata causata da una circoncisione. Il bambino è giunto giovedì mattina all'ospedale «Cafoncello» di Treviso già privo di vita. L'intervento di circoncisione - secondo i sanitari - potrebbe essergli stato praticato nei giorni scorsi al di fuori di strutture sanitarie e, comunque, fuori dall'ospedale trevigiano. Lo si apprende da fonti dello stesso ospedale di Treviso. MORTE IMPROVVISA - Il bimbo - si è saputo dalla Squadra Mobile della Questura di Treviso - è di nazionalità nigeriana ed è il figlio promogenito di una coppia nigeriana, immigrati regolari, che vive a Visnabello di Spresiano, a una decina di chilometri da Treviso. I genitori - secondo la ricostruzione riferita dagli investigatori - stamani hanno visto che il piccolo, che dovrebbe avere anche meno di un anno, forse solo pochi mesi, non dava più segni di vita. Hanno chiesto l'intervento di un'ambulanza che ha portato il piccolo in ospedale, dove - secondo quanto accertato finora - è giunto morto. INDAGINI E AUTOPSIA - Gli investigatori hanno confermato l'ipotesi secondo la quale il bimbo, che è nato nell'ospedale di Treviso, sarebbe stato sottoposto a un intervento di circoncisione, che sarebbe stato eseguito nella giornata di ieri nell'abitazione dei genitori. Le indagini, condotte dalla Squadra Mobile, sono coordinate dal sostituto Procuratore della Repubblica di Treviso, Giuseppe Salvo, che - ha reso noto - nelle prossime ore disporrà l'autopsia sul corpo del piccolo.
La pratica della circoncisione è raccomandata dalla tradizione musulmana: viene anzi intesa come un aspetto essenziale della fede, perchè caldamente raccomandata da Maometto nel Corano. Il fedele che si dedica alla preghiera deve essere il più possibile puro e, conseguentemente, eliminare il prepuzio perchè in esso possono annidarsi sporcizie che a loro volta possono determinare una deminutio della sacralità del gesto sacro. Fin qui, appunto, la fede che, in quanto tale, come ogni dottrina dogmatica, non è razionalmente sindacabile: ogni fedele ed ogni credente, se effettivamente tale, segue i precetti della sua religione senza domandarsi il senso e lo scopo obbedendo ciecamente ad essi.
Quello che non si comprende è come possano due genitori, al fine di seguire un precetto fideistico,arrivare a praticare da soli un'operazione di questo genere al figlio di pochi mesi, verosimilmente utilizzando un bisturi di fortuna od un paio di forbici. Questa è una condotta che va al di là dell'adesione ai comandi coranici: è una lesione gravissima volontariamente inferta che può, come purtroppo abbiamo tragicamente visto, condurre a morte atroce. Il che, nel terzo millennio, è francamente orribile ed incomprensibile.