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Come noto, il cosiddetto "decreto intercettazioni" inserisce, tra le altre cose, una norma dedicata all'informazione che avviene a mezzo della rete, aggiungendo due commi all'articolo 8 della legge n. 47 del 8 febbraio 1948, la "legge sulla stampa". La norma che viene modificata in senso aggiuntivo, appunto l'articolo 8, era ed è destinata alle risposte ed alle rettifiche che devono essere attuate dal direttore di giornale o dal responsabile di pubblicazione che abbia attribuito ad una persona determinata atti o pensieri non corrispondenti al vero.
Questo è il testo della norma che viene oggi ampliata:
I) Il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a fare inserire gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell'agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale.
II) Per i quotidiani, le dichiarazioni o le rettifiche di cui al comma precedente sono pubblicate, non oltre due giorni da quello in cui è avvenuta la richiesta, in testa di pagina e collocate nella stessa pagina del giornale che ha riportato la notizia cui si riferiscono.
III) Per i periodici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, non oltre il secondo numero successivo alla settimana in cui è pervenuta la richiesta, nella stessa pagina che ha riportato la notizia cui si riferisce.
IV) Le rettifiche o dichiarazioni devono fare riferimento allo scritto che le ha determinate e devono essere pubblicate nella loro interezza, purché contenute entro il limite di trenta righe, con le medesime caratteristiche tipografiche, per la parte che si riferisce direttamente alle affermazioni contestate.
V) Qualora, trascorso il termine di cui al secondo e terzo comma, la rettifica o dichiarazione non sia stata pubblicata o lo sia stata in violazione di quanto disposto dal secondo, terzo e quarto comma, l'autore della richiesta di rettifica, se non intende procedere a norma del decimo comma dell'articolo 21, può chiedere al pretore, ai sensi dell'articolo 700 del codice di procedura civile, che sia ordinata la pubblicazione.
VI) La mancata o incompleta ottemperanza all'obbligo di cui al presente articolo è punita con la sanzione amministrativa da lire 15.000.000 a lire 25.000.000.
VII) La sentenza di condanna deve essere pubblicata per estratto nel quotidiano o nel periodico o nell'agenzia. Essa, ove ne sia il caso, ordina che la pubblicazione omessa sia effettuata.
Dunque, dalla lettura della norma nel suo testo originario si desumono due cose:
- la prima: il diritto di rettifica e di dichiarazione correttiva era già presente nel nostro ordinamento giuridico, anzi fu inserito proprio all'alba dell'esperienza Repubblicana, al fine di evitare gli eccessi repressivi del periodo fascista ma anche per evitare che la libertà di manifestazione del pensiero con lo scritto, la parola ed ogni altro mezzo di diffusione (art. 21 della Costituzione) potesse diventare uno strumento di bassa lotta politica e sociale, piegandosi - da strumento alto e nobile - a mezzo di attribuzione di falsita' a questo o quell'avversario;
- la seconda cosa che si ricava è che l'unico ad avere diritto di rettificare o di chiedere una rettifica è la persona che si assume lesa dal fatto che chiunque, nell'esercizio della libertà di manifestazione di pensiero in forma stampata, gli attribuisca pensieri che non sono suoi propri (magari, come spesso si usa, virgolettandoli) o riporti come a lui causalmente riconducibili fatti che in realtà non sono ascrivibili al suo comportamento; il che dimostra come non corrisponda a verità, in alcun modo, che la norma citata vada a limitare la libertà di manifestare il proprio pensiero: nessuno, infatti, è la costante giurisprudenza della Cassazione penale ne è la prova, può essere chiamato a rettificare un proprio scritto dal quale si evice che "secondo lui" " a suo parere" e via discorrendo, alcuni accadimenti si sono verificati (ovviamente, come vale per ogni libertà personale, nei limiti del lecito: i reati di ingiuria e diffamazione sono presenti nel codice penale e riguardano ogni forma di comportamento umano, non solo quello afferente alla libertà di stampa).
Oggi, con la riforma Alfano, queste norme che abbiamo ora visto si applicano anche a quelli che vengono definiti "siti informatici"; il "decreto sicurezza" infatti dispone che:
1. All’articolo 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, e successive
modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) dopo il terzo comma è inserito il seguente:
«Per le trasmissioni radiofoniche o televisive, le dichiarazioni o le
rettifiche sono effettuate ai sensi dell’articolo 32 del testo unico
della radiotelevisione, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005,
n. 177. Per i siti informatici, le dichiarazioni o le rettifiche sono
pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse
caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la
stessa visibilità della notizia cui si riferiscono»;
e) dopo il quinto comma è inserito il seguente:
«Della stessa procedura può avvalersi l’autore dell’offesa, qualora
il direttore responsabile del giornale o del periodico, il responsabile
della trasmissione radiofonica, televisiva o delle trasmissioni
informatiche o telematiche non pubblichino la smentita o la rettifica
richiesta».
Dall'articolo 15 della legge, ora riportato, si vede bene, dunque, che non viene disposta, per i "siti informatici" alcuna prescrizione che non fosse già contenuta nel testo originario della legge sulla stampa: procedendo nella elencazione successiva al secondo comma dell'art. 8 della legge del 1948, infatti, vengono solo indicate le modalità di effettuazione della rettifica per questo particolare metodo di "fare informazione", inesistente all'epoca dell'emanazione della legge nel suo tenore letterale originario.
A prescindere ora dalla criticabile forma espositiva di un Legislatore che evidentemente ha seri problemi con la sintassi e con la logica (il punto e è eclatante in tal senso, dato che non è l'autore dell'offesa, ma la persona che l'offesa ha subito a poter attivare la procedura di cui al V comma dell'art. 8), va rilevato che quanto stabilito nella presente disposizione poteva tranquillamente già ricavarsai dal sistema normativo antevigente, con un'interpretazione adeguatrice ed evolutiva dell'articolo 8 più volte citato.
Inoltre, la norma parla di "siti informatici" e non di blog: l'uso di questa locuzione probabilmente dipende dall'appena segnalato difetto espositivo di chi l'ha scritta ma, trattandosi di disposizione penale e quindi soggetta al principio di tassatività (il quale impone di ricordare che c'è reato solo se il fatto compiuto ricalca tutti, ma proprio tutti, gli elementi della fattispecie come descritti dalla norma incriminatrice) la rende applicabile ai blog solo con un grosso sforzo esegetico, difficile da operarsi in sede applicativa: un blog, infatti, non è propriamente un "sito" ed inoltre, in ogni caso, la modifica di Alfano va inquadrata nel contesto normativo al quale si applica ed è riferita: dunque, anche questi "siti informatici" sbrigativamente indicati dal legislatore della riforma dovranno raccordarsi, nella loro funzione tipica, ai giornali ed ai periodici di cui ai primi commi della disposizione novellata.
Ne segue, dunque, che per poter applicare la norma in esame, ci si dovrà trovare di fronte a siti destinati all'informazione ed alla divulgazione di notizie nello specifico ambito di settore: difficile pensare, dunque, che la regola così come formulata possa applicarsi ad un diario personale quale è, in ultima analisi, un blog non professionale.
Sembra dunque che lo sciopero voluto da Repubblica, oltre ovviamente ad essere l'ennesima forma di governo delle masse grazie alla paura del regime, instillata e paventata ad ogni piè sospinto grazie anche alla poca voglia delle persone di informarsi realmente su come stanno le cose, sia più una difesa di quei giornali o gruppi editoriali che attribuiscono a determinate persone scandali e scandaletti che una effettiva tutela della libertà dei blogger di digitare sulla propria tastiera.
Su un blog anonimo metteva alla berlina le sentenze impresentabili. E per un titolo impresentabile il Csm non lo ha confermato procuratore generale di Ancona. A dispetto del parere unanime e altamente positivo inviato al Csm dal consiglio dei colleghi del suo distretto. Per questo Gaetano Dragotto lascia la magistratura. Questione di stile è la motivazione che avrebbe spinto il plenum a silurarlo. A causa di un doppio senso, utilizzato per bacchettare una collega (non nominata) che sbagliava i calcoli delle attenuanti e delle aggravanti regolati dall’articolo 69. Ma lui si difende: «Il blog era riservato a pochi amici. Era anonimo come le sentenze. Virgolettava solo alcune perle. Come la sentenza di un collega della Cassazione sul barista che serve detersivo per lavastoviglie nell’acqua minerale. Stabilisce che se il liquido è puro il barista non è punibile, se diluito sì: per contraffazione. Se il cliente morisse sarebbe omicidio colposo. E il primo presidente della Cassazione e il pg hanno votato contro la mia riconferma», dice, amareggiato, Dragotto.
Contro gli svarioni giudiziari dei colleghi aveva combattuto a lungo, dando anche giudizi negativi in sede di valutazione. «Non avevo ottenuto nulla se non voci di una mia presunta cattiveria. Per difendermi avevo creato quel blog per gli amici. E ridevamo dei pasticci scritti nelle sentenze ». Come quella sulla «prostata salvifica». L’aveva fatta franca un maniaco che aveva mostrato la sua virilità a una bimba ferma in auto con il finestrino aperto, giacché il giudice aveva attribuito l’esibizione alla impossibilità di «trattenersi dall’urinare». Senza domandarsi perché non si fosse allora rivolto verso il muro. Oppure le attenuanti generiche, concesse a un senegalese «perché l'imputato è africano e l'Africa è povera ». O quella nella quale il computo di un terzo della pena di tre mesi faceva sempre tre mesi. E infine quella della giudice che applicava male l’articolo 69. «Lei deve essersi riconosciuta, forse avvertita da qualche collega, si è offesa per il titolo sarcastico e ha avvertito il Csm» racconta Dragotto. Ma la preistruttoria per incompatibilità ambientale a causa della caduta di stile si è subito chiusa. Ed è finita lì.
Al momento di valutare il rinnovo dell’incarico da pg però è risaltata fuori. «E pensare che proprio a seguito di quell’episodio c’era stata una riunione nella quale avevamo parlato finalmente di queste motivazioni impresentabili, e finalmente si erano ridotte quasi della metà». Il magistrato esclude un collegamento della sua bocciatura con gli arresti appena firmati per l’ex sindaco pd e altri, nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti per l’aera portuale. Non crede a chi sussurra che l’hanno voluto fare fuori da altri incarichi direttivi ai quali concorreva. E conclude: «C’è chi mi ha consigliato di fare ricorso. Ma come potrei continuare a fare il magistrato con le mani legate dietro la schiena?». Per questo lascerà la toga. Ma non il web.
Come ampiamente prevedibile, la fase pre-congressuale del Pd si fa notare per un tasso di scontro fra fazioni particolarmente elevato. La Serracchiani, che non è quella vergine della politica che ci volevano propinare (essendo nel gruppo veltroniano da un buon numero di anni) ma che sicuramente, nel contesto attuale del partito democratico, è sicuramente una delle poche personalità che non abbia perso a raffica nei vari appuntamenti elettorali e che è comunque forte del suo discorso di campagna elettorale dove apertamente criticava una dirigenza asfittica, ha dichiarato infatti di appoggiare Franceschini nella corsa alla segreteria.
Come da stile consolidato, la velina rossa ha estrapolato dal contesto una frase ("Franceschini è simpatico") per dare il destro alla solita reazione a metà strada tra l'ironico ed il livoroso del gruppone radical - chic, distolto dalla pace ovattata dei suoi salotti e dei suoi loft, dove evidentemente molto lontano arriva il rumoreggiare della base furente, lasciata sola da gente che tifa per i furbetti del quartierino e se ne infischia degli operai.
La Serracchiani, invece, ha articolato i motivi della sua scelta, innanzitutto bollando come vecchio e frutto di un meccanismo di apparato il candidato Bersani, legato a doppio filo a quel D'Alema (e quindi a quella Bindi, Finocchiaro, Pollastrini, e via discorrendo) che hanno negli anni perso in ogni tipo di elezioni, comprese quelle vinte di misura con l'artificio ulivista ed unionista (che proprio Bersani vuole riproporre), in cui hanno affossato i governi di Prodi cimentandosi in quell'esercizio che tanto amano, ovvero il logoramento dei propri leader. Inoltre, l'eurodeputata ha ritenuto che mentre all'attuale segretario (pur coi suoi limiti) possa comunque essere imputata una scelta di merito e di cambiamento negli equilibri interni del partito, con quel "di qua c'è il progetto del PD, di là c'è D'Alema" ha messo bene in chiaro quale sia uno dei più grandi problemi del suo partito: un plenipotenziario ombra, che si appollaia dietro il responsabile di turno, facendogli la guerra col suo gruppo potente, assumendo l'atteggiamento di chi la sa sempre più lunga ma, in realtà, non ne azzecca una.
Le danze sono dunque aperte, lo scontro è iniziato: si inizierà ora a delegittimare anche la Serracchiani, inventando con L?Espresso chissà quale tresca dietro quell'aggettivo - "simpatico" - rivolto al candiato che appoggia? Chissà.
Di certo, la D'Alema band non l'ha presa per niente bene: ma ovviamente questi non sono scontri intestini all'ultimo sangue, bensì alti e nobili esercizi di dialogo e di confronto.
Sono gli osservatori che non capiscono.
Sta tornando: un cellulare in mano, un'altra decina con scheda prepagata chiusi in casa, altri ancora in macchina, un arbitro nello sgabuzzino ed una Maserati nuova fiammante per il designatore. Gli occhiali tondi, il sorriso a mezza bocca fra il supponente e l'intoccabile, l'immancabile sigaro spento fra le dita.
Se qualcuno aveva dei dubbi, o semplicemente se credeva alla storiella della morte dell'anima ed al mistero (miracolo?) della scomparsa dell'entità da 21 grammi in un corpo che probabilmente non l'ha mai avuta, ora è servito: Luciano Moggi torna sulla scena, dopo tre anni di dietro le quinte, e si affaccia nella struttura societaria del Bologna Calcio, un tempo gloriosa e plurivittoriosa società sportiva, ora miseramente salva all'ultima giornata, con annessa responsabilità indiretta della rissa tra Torino e Genoa.
Novella Araba Fenice, la sua anima data dal suo stesso padrone (mi pare il termine più adatto) per spacciata in un caldo pomeriggio barese, quando la sua Juventus vinceva uno scudetto che dopo pochi giorni le sarebbe stato revocato, oggi risorge: Lucky Luciano come Lazzaro, di nuovo sul ponte di comando, a gestire giocatori come figurine dell'album Panini ed a decidere campionati, griglie di arbitri e convocazioni in Nazionale.
Il suo cellulare torna a trillare: non è squilli di morte (filmetto di serie B degli anni ,80) ma poco ci manca: l'inutilità di un teatrino chiamato Calciopoli è tutta qui. Dalle sentenze assurde scritte da un presidente emerito della Corte Costituzionale (giusto per farle apparire serie alle menti considerate deboli e poco acculturate del tifoso medio) è nato il ritorno del Boss: Italia, provincia di Moggiopoli.
Non ci stupiamo: è finta la giustizia penale, non può essere vera quella sportiva; come il più comprende il meno, era normale che finisse così. Tra poco avremo anche la riabilitazione di Giraudo e Bettega, e tutto sarà liscio e tranquillo come un fiume placido, che con le sue acque limacciose e scure tutto travolge, senza che nessuno e niente gli si possa opporre.
Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare: il pallone lo sa e continua a girare sempre nelle stesse direzioni, gli è stato detto di di non poter entrare in certe porte e diligentemente evita dei farlo; sta attento ai rimbalzi, si sgonfia quando glielo ordinano, se del caso si orienta da solo verso un palo od una traversa.
Altrimenti, il povero pallone sa che, all'inizio dell'intervallo, ci sarà ad attenderlo un signore calvo, col parlare lento e strascicato e lo sguardo nero da squalo solo apparentemente fisso nel vuoto.
Ovviamente, con in mano uno stiletto puntato verso di lui.
In questa lettera di una Ricercatrice precaria che si appresta a lasciare il Paese per non morire co.co.co sta tutta la situazione dell'Università italiana, microcosmo perfettamente rappresentativo di quella mucillagine di corruzione, malcostume, raccomandazioni e mediocrità che è il sistema in cui viviamo, ormai intellettualmente del tutto impoverito e - soprattutto - assassino seriale di ogni merito.
DA CORRIERE.IT
Una laurea in Medicina, due specializzazioni, anni di contratti a termine: borse di studio, co.co.co, consulenze, contratti a progetto, l’ultimo presso l’Istituto di genetica dell’Università di Pavia. Rita Clementi, 47 anni, la ricercatrice che ha scoperto l’origine genetica di alcune forme di linfoma maligno, in questa lettera indirizzata al presidente della Repubblica Napolitano racconta la sofferta decisione di lasciare l’Italia. Da mercoledì 1Ëšluglio lavorerà come ricercatrice in un importante centro medico di Boston.
Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito alla loro madre. Vado via con rabbia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedizione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chiedere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinunciando ad essere italiana.
Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denunciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è automaticamente espulso dal «sistema » indipendentemente dai risultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottiene, poiché in Italia la benevolenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricerca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può permettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nulla. E poi, perché dovrebbe adire le vie legali se docenti dichiarati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver condotto concorsi universitari violando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continuato a essere eletti (dai loro colleghi!) commissari in nuovi concorsi?
Io, laureata nel 1990 in Medicina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Università, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con primo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfoma maligno possono avere un’origine genetica e che è dunque possibile ereditare dai genitori la predisposizione a sviluppare questa forma tumorale. Tale scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decadere non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ricerca stranieri hanno confermato la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profeta in Patria.
Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeniche...
Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pensionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, contratti di consulenza... Come ultimo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica medica dell’Università di Pavia, finanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.
Sia chiaro: nessuno mi imponeva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dalla forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ricerca che molti hanno giudicato promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfiggere il cancro.
Desidero evidenziare proprio questo: il sistema antimeritocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiutare a crescere; per questo motivo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, hanno ritenuto di aumentare i finanziamenti per la ricerca.
È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostume non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica conseguenza quella di potenziare le lobby che usano le Università e gli enti di ricerca come feudo privato e che così facendo distruggono la ricerca.
Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.
Rita Clementi
Quest'altra lettera è stata pubblicata a marzo sull'edizione online del Messaggero (ilmessaggero.it); l'ha scritta una persona attualmente insegnante di lettere in un istituto di istruzione superiore, che tentò di intraprendere in precedenza la carriera accademica. Qui potete trovare il suo sito personale, dove ha raccolto i suoi titoli e le sue pubblicazioni.
Concorsi universitari pilotati
Tanto tempo fa, in una chiesa di Roma si svolgevano i funerali di un insigne medievista, il mio maestro Raoul Manselli. Allora, in quel luogo tetro e buio, un equilibrista dell’accademia e della politica si avvicinò e - con malcelata soddisfazione giacché il maestro scomparso rifuggiva da ideologie e consorterie - mi sussurrò: “Da ora lei non vincerà un concorso universitario”. Era il novembre del 1984 e così è stato.
Il lugubre avvertimento si è realizzato. Ne ho viste di tutti i colori:
a) in genere le prove son date per favorire il candidato vincente che tace, però una volta questi si è alzato dopo la comunicazione dei temi e ha chiesto “ma davvero c’entra l’Europa, mi avevan detto solo l’Italia”!
b) c’è il commissario che segnala al prescelto di scegliere la busta 2 facendo il segno della V con le dita,
c) pacchi di titoli inviati e tornati intonsi, pubblicazioni mai lette dai commissari,
d) singolare la circostanza per cui come cambiavano i commissari cambiava il predestinato ed ogni volta ne ero avisato,
e) è accaduto –e oggi non è più possibile- che pur di favorire un candidato abbiano rinviato le prove per ricercatore universitario ben 7 anni dopo la presentazione della domanda (ovviamente rifiutandosi di valutare i titoli prodotti in quel lasso di tempo che, per uno scienziato, non sono irrilevanti); in un altro caso la prova è stata rinviata per 3 anni perché il ‘fortunato’ aveva da fare all’estero,
f) in un caso l’eccesso di zelo fece in modo che la commissione mise sul verbale il nome del vincitore, ma attribuì più punti ad altro concorrente che avrebbe quindi dovuto vincere. Invece no! Concorso annullato, rifatto, rinominato il predestinato,
g) l’episodio più singolare fu quello di una candidata che –dinanzi a tutti i concorrenti- disse “scusate se faccio la stronza, ma vi dico che questo concorso è per me”! A suo modo onesta.
h) c’è stata anche la rosa di temi che aveva 3 possibilità: la vita di XY; la produzione di XY; il giudizio della storiografia su XY. Bello! Il concorrente studioso di XY era felice. Solo lui.
i) frequente è stato lo ‘sviamento’: il candidato non è uno storico bensì un filosofo. Il giochino può avere un meccanismo circolare sicché può accadere che del concorrente si dica: non è un medievista ma un filosofo, non è un filosofo ma uno storico della scienza, non è uno storico della scienza ma un medievista!
j) non è mancato il dileggio: “questo posto da ricercatore non lo può vincere perché Lei merita una cattedra”; oppure “Lei si che è uno storico di vaglia e fuori ci sono ragazzini che sanno tutto a memoria; però per Lei i tempi non sono maturi”.
Nonostante la giurisprudenza… Sempre e comunque ha vinto l’allievo di un membro della commissione e ciò in dispregio dell’art. 51 del Codice di Procedura Civile che prevede che nei concorsi sia garantito il principio di terzietà: la Commissione non deve avere interessi e relazioni con i candidati.
24 anni di concorsi ‘pilotati’! Ventiquattro anni di concorsi finti! Prima dell’esame ho sempre saputo il nome del vincitore e in un caso l’ho chiesto e ottenuto dalla segreteria di un istituto. Ventiquattro anni di arroganza impudente che diventa imprudente: ho persino ricevuto una lettera che mi comunicava che la competizione era ‘blindatissima’.
Abolire i concorsi? Il sistema è tale che sarebbe più semplice dire: “all’università si accede per chiamata diretta”. La formula del concorso finto serve a cancellare ogni responsabilità per un domani caratterizzato da inedia nelle lezioni e nella ricerca. In ogni caso è palese che i ‘temini’ organizzati nelle prove per concorso a ricercatore servono ad alterarne gli esiti pertanto vanno aboliti.
Presenza e residenza. La deriva localistica alla ‘manipolazione’ dei concorsi universitari ha una sua ragione. Oggi non si tratta più di affermare la tradizione di una scuola di pensiero scientifica o storiografica. C’è di peggio. Molto spesso è necessario avere un ‘adepto’ che sostituisca il professore assente perché residente a centinaia di chilometri dalla sede universitaria. Questa consuetudine è tutta italiana e danneggia sia la ricerca sia la didattica. A Oxford, come in quasi tutte le università europee, il pretendere di risiedere in località distanti più di 50 Km dalla sede di servizio è vietato. A dir il vero anche in Italia le leggi sarebbero restrittive giacché il dipendente civile dello Stato ha l’obbligo di stabilire l’effettiva e permanente dimora nel luogo ove si trova l’ufficio (parere Consiglio di Stato 17 aprile 1984, n. 590). Tuttavia in molti disattendono questa prescrizione morale e legale e talora vivono anche a 600 chilometri di distanza dal luogo ove insegnano e lì si presentano il lunedì mattina per poi tornare a casa il mercoledì. Tutti? No, una buona parte.
Scuola e università: un legame spezzato. L’insegnante di scuola che si presenta a un concorso universitario viene trattato come un alieno: l’attività didattica e l’esperienza accumulata non vengono valutate come se scuola e università fossero mondi del tutto distinti. Una volta non era così: intere generazioni di accademici hanno prima insegnato a scuola e poi all’università (Giovanni Pascoli ebbe il suo primo incarico –nel 1882- al liceo classico di Matera prima di conseguire la cattedra dell’Università di Bologna nel 1906). Il vantaggio del sistema, lo ricordava proprio Raoul Manselli, era duplice:
a) fornire alla scuola docenti motivati e preparati;
b) trasmettere all’università insegnanti con notevoli capacità didattiche.
Il ‘problema’ riguarda tutti i cittadini non solamente gli studiosi. Già perché è apparentemente illusoria la giustificazione per cui nell’Accademia si entra per cooptazione. E’ un fatto: oggi l’Università ha il compito di formare insegnanti, medici, professionisti, pertanto se si reclutano in modo clientelare docenti e ricercatori accadrà che chi esce dall’università sarà sempre più incompetente e avverrà che chi sia stato assunto in modo clientelare tenda a riprodurre il sistema con l’ovvio risultato di generare un sistema mediocre e inadeguato. Il problema riguarda tutti i cittadini: un sistema universitario disastrato non può che produrre insegnanti, medici, infermieri, ingegneri, economisti inadeguati.
Non generalizzare… Ecco: l’appello a non generalizzare costituisce la via di fuga estrema per negare l’esistenza dei concorsi ‘pilotati’. E’ vero: ci sono professori e ricercatori che sono in facoltà dal lunedì al venerdì e che fanno onore alla didattica e alla ricerca. Occorre però sollevare un dubbio: perché mai chi fa onore all’università non pretende un sistema più rigoroso nei concorsi? Perché gli stessi Rettori non esercitano pubblicamente le funzioni di controllo che spettano loro? Perché non si costituisce un gruppo di professori pronto a sottolineare storture e clientele nonché le incompatibilità evidenziate dall’art. 51 c.p.c?
Piero Morpurgo
La memoria del Procuratore Generale della Corte dei Conti è chiara e netta come una lama di coltello: l'alto magistrato ha infatti chiarito come la corruzione nel nostro paese sia dilagante, e come costi - soprattutto nella congiuntura economica attuale, di tipo recessivo - dai sessanta ai settanta miliardi di euro: il che comporta, scrive ancora il Procuratore Generale, che i cittadini si trovano a pagare "una tassa immorale ed occulta" che grava sulle loro tasche con buona pace della giustizia redistributiva.
Italia paese corrotto, come la sua storia passata e recente insegna: una prima Repubblica che si reggeva sulle tangenti, versate da tutti gli imprenditori attivi nel comparto pubblico a tutti, ma proprio tutti, i partiti dell'arco costituzionale. Alcune compagini politiche sono state spazzate via dal cosiddetto ciclone tangentopoli, guidato da chi voleva rivoltare l'Italia come un calzino ed invitava a resistere contro altri poteri dello Stato; altre guardacaso sono miracolosamente sopravvissute, salvate dalla clemenza della corte, malgrado la logica astringente dell'evidenza (ovvero, la maxitangente Enimont, derubricata per alcuni a mera iniziativa personale di un funzionario di partito ma, in realtà, strumento uguale per tutti utilizzato in modo seriale per ottenere il non normalmente ottenibile).
Niente di nuovo sotto il pallido e velato sole che illumina la seconda Repubblica: appalti assegnati agli amici bipartisan (nessuno dimentichi l'inchiesta ed i verbali relativi ad Alfredo Romeo) perchè la mazzetta è il mezzo migliore per autofinanziare quei vuoti carrozzoni che sono i nostri partiti, roboanti nelle parole ed ora anche nel gossip, ma privi di senso idelogico e pratico. Raccomandati ed infiltrati legati al "gruppo" quale che sia, con buona pace del merito e del lavoro onesto, dietro regalie e donativi più o meno cospicui: non importa se qualcuno del genio civile all'Aquila consigliava di aggiungere alle case tramezzi e travi di cemento armato, pur se la struttura era in pietra ed i nuovi componenti non avrebbero mai legato, aumentando gli effetti devastanti di un crollo dovuto a sisma. Molti sono morti e si potevano salvare, è vero: ma quanti raccomandati si sono ritrovati in un posto che mai avrebbero ottenuto senza l'angelo custode potente di turno? Infiniti. E, quindi, peggio per chi si è ritrovato ad essere loro vittima.
Malaffare, malcostume, padrini e capibastone, tarocchi ed intrallazzi, amici potenti e discutibili: è un virus, si diffonde a destra come a sinistra, persino anche nella dura e pura estrema sinistra, quella di piazza e di popolo, come conferma l'espulsione di Rizzo dal Pdci bollato come traditore solo perchè chiedeva conto al Diliberto (quello, ricordiamolo, che provava disgusto per il piduista Berlusconi) come mai accanto a lui nei comizi ci fosse un esponente della lista di Villa Wanda e quindi un uomo di quell'allegro novantenne che è Licio Gelli, oggi come ieri influente ombra che si allunga sullo stivale e sul mondo.
Ma che importa, alla fine, di tutto questo: l'importante è il pettegolezzo per alcuni ed il festino per altri, in maniera tale che la giostra continui a girare, pur pagata sempre dagli stessi, costi (agli altri, poveri mortali) quel che costi.
Mentre si continua a parlare e soprattutto a scrivere delle avventure amorose (o forse sarebbe meglio dire mercatorie) dell'uomo che parla di sè in terza persona, mentre è chiaro sempre più a tutti che in giro c'è una dissolutezza morale spaventosa che riguarda però non solo uomini improvvidamente definiti "utilizzatori finali", ma anche tanta gente che offre sè e la propria mercanzia come se fosse un lavoro rispettabile ed anche spesso e volentieri per ottenere facilmente quello che altrimenti in una vita intera non si potrebbe mai raggiungere, si sono celebrati i ballottaggi per le ultime amministrative.
Malgrado dunque l'impegno costante dello stesso gruppo editoriale che demolì la presidenza di Giovanni Leone senza avere in mano nemmeno un briciolo di verità, e malgrado l'assoluta dedizione con cui si è cercato di cavalcare questa o quella scossa, molte provincie prima governate dal centrosinistra passano al centrodestra; alcuni Comuni seguono lo stesso percorso, mentre Bologna e Firenze (con la novità di un trentenne, finalmente, primo cittadino) restano al Pd, che vince anche in Puglia ma solo grazie all'alleanza con l'Udc di Casini.
In questo contesto, Franceschini vede la netta vittoria del suo partito e l'inizio della fine della tendenza elettorale avversa. Ottimismo allo stato puro per chi fino ad un mese fa temeva la morte politica, felicità assoluta che deriva da un sentimento enormemente umano quale è quello dello scampato pericolo (segnatamente, rischio concreto di estinzione).
Eppure, malgrado come si diceva lo sforzo moralizzante di coloro che nella contestazione propugnavano l'amore libero, riflessioni profonde dovrebbero sorgere all'interno della dirigenza del partito di opposizione. La prima constatazione è che - come sempre - un'alternativa programmatica e concettuale non c'è, ed i risultati si vedono: l'elettorato è lontano, in Umbria si è registrato uno spostamento marcato all'area berlusconiana, in Emilia la Lega avanza nettamente. Una volta c'era la base, ora c'è Novella 2000: ma come ormai è evidente, gli elettori la leggono poco e, soprattutto, non si accontentano del gossip.
La seconda riflessione è che in Puglia la presenza determinante nell'alleanza dell'Udc ha consentito di vincere laddove altrimenti si sarebbe perso: il che significa che il Pd non è autosufficiente, e che ripropone anche se diversa nelle sue componenti una logica di uliviana memoria. Ma allora, se questo è il senso della sua azione politica, che senso ha avuto silurare per due volte quel Prodi che di questo modo sommatorio di intendere la politica e l'azione di governo è l'espressione e l'interprete principale?
Ed ancora, forse sarebbe il caso di cambiare marcia, di svecchiare, di eliminare gli indignati a prescindere ed i provetti elettricisti esperti in scosse che nella loro carriera non hanno mai vinto un'elezione ma hanno sempre tramato nell'ombra, e di passare ad una leadership giovane, coraggiosa, con idee e qualche progetto che l'attuale linea livorosa e piena di odio ha dimeticato da tempo immemorabile.
Altrimenti, mentre si continuerà a vedere il bicchiere mezzo pieno e a gioire per il mancato tracollo, un uomo circondato dalle sue papi's angels continuerà a vincere pressochè indisturbato, forse solo un pò più nervoso, ma la storia non cambierà. La democrazia non è compiuta ed è oggi anche bloccata: da un lato un arzillo signore che passa di festa in festa, dall'altro un gruppo senza testa di rumorosi ed inconcludenti figuranti.
Mentre il referendum sulla legge elettorale affonda miseramente nell'acqua dei nubifragi odierni e nelle sabbie sempre più mobili della politica italiana, quando ormai non c'è più nessuna speranza di raggiungere il quorum per la sua validità, l'istituto della consultazione diretta del popolo custode della sovrana volontà impone alcune rilfessioni sulla sua attualità e sulla sua disciplina.
Dal 1995 ad oggi nessuna consultazione è risultata valida: il che dimostra come lo strumento referendario sia ormai lontano dal comune sentire, che lo percepisce in parte come un inutile peso sul fine settimana, in parte come un mezzo superfluo ed ultroneo di fronte ad un Parlamento che viene sempre eletto con buone percentuali di affluenza e che dovrebbe legiferare senza affidarsi al corpo elettorale. Il cittadino, che pure è sempre pronto a lamentarsi che nulla cambia e, quando ha l'opportunità per imprimere una certa azione ai propri deputati, si guarda bene dal tenere condotte che poi una qualche variazione potrebbero produrla, percepisce cioè l'istituto del referendum abrogativo come un qualcosa di sbagliato, di inutile e di fastidioso. A ciò si aggiunga il pressochè totale silenzio sull'oggetto della consultazione, ed il gioco è fatto: a tutt'oggi, sono molti a non avere minimamente capito a cosa miravano i tre quesiti ancora presenti nei seggi.
Allora forse è il caso di chiederci se è opportuno mantenere così com'è uno strumento che fallisce da quattordici anni, assai costoso e particolarmente impegnativo per le casse statali soprattutto in periodi di recessione. E' il caso di interrogarsi sulla possibilità di abrogarlo, visto che di fatto è desueto; oppure, se lo si vuole mantenere, quantomeno di riformarlo.
Cinquecentomila firme da apporre sotto i quesiti prima di presentarli in Cassazione evidentemente sono poche: non garantiscono quella minima base di consenso che - nella mente dei Padri Costituenti - era necessaria per iniziare il lungo iter del progetto; ancora, bisogna interrogarsi sulla necessità di mantenere un quorum per la validità del risultato, almeno così alto come è il cinquanta per cento più uno dei votanti. L'intenzione della norma costituzionale relativa è lodevole: evitare che la minoranza imponga qualcosa alla maggioranza. Ma questa regola va ripensata oggi, dove il diritto di voto è percepito come un qualcosa di scontato, di acquisito, come tale non esercitabile senza che nulla accada per elezioni o appuntamenti al seggio malintesi come di "serie B", tra i quali puntualmente si annovera il referendum. Paradossalmente, anzi, una diminuzione o addirittura un'eliminazione del quorum spingerebbe a recarsi alle urne, per evitare risultati sgraditi e che si pretende di bypassare con una presumibile bocciatura del quesito per mancanza appunto di quorum, che raggiunge lo stesso effetto del "No" senza imporre a chi lo sostiene di dover uscire di casa.
Inoltre, come in tutte le cose che fanno l'uomo ladro, sarebbe opportuno evitare rimborsi milionari ai comitati promotori i quali (pur non essendo questo il caso) spesso presentano quesiti di dubbia rilevanza pratica e dalla scarsa urgenza, per arrivare a sperare quel ricco emolumento tanto ambito.
Fatto sta che il referendum così com'è è finito, e bisogna prenderne atto.
Era accaduto il miracolo qualche mese fa, quando il tribunale di Roma aveva condannato per omicidio volontario e non colposo un automobilista ubriaco e drogato che, "bruciando" due semafori rossi sulla Via Nomentana a Roma, aveva investito due giovani fidanzati che stavano oltrepassando l'incrocio a bordo del proprio motorino. L'impatto fa quest'ultimo ed il SUV Mercedes guidato dall'investitore fu terrificante ed i due ragazzi morirono sul colpo: come detto, il giudice di primo grado ritenne di poter adottare una condanna per omicidio volontario, assumendo che mettersi in macchina completamente alterati dalla droga, non rispettare due semafori, colpire un motorino con due poveri ragazzi a bordo, non fermarsi, nascondere l'auto presso una rimessa poteva essere una condotta inquadrabile all'interno del dolo eventuale, che consiste quando una persona si rende conto che dalla sua condotta si originerà un reato, e malgrado questo la tiene comunque.
Ora, la Corte d'Appello di Roma è tornata indietro, ed ha deciso di applicare la norma sull'omicidio colposo, ritenendo dunque che quanto accaduto si è verificato non in forza di una volontà dell'omicida, ma solo per sua negligenza ed imprudenza.
Sinceramente, non è chiaro cosa ci sia di imprudente nel salire in macchina strafatti di cocaina e di superalcolici, correre a perdifiato lungo una via centrale di una grande città, uccidere, non fermarsi per prestare soccorso e poi nascondere lo strumento utilizzato per portare la morte in due famiglie. Anzi, sembra quasi che il concetto di colpa così assunto irrimediabilmente strida con la logica e con i principi generali della responsabilità penale così come siamo abituati a conoscerla e studiarla.
Si tratta di una sentenza, quella resa dalla Corte d'Appello, non condivisibile e lontana anni luce dall'esigenza di punizione che di fronte a crimini così gravi e di elevato allarme sociale la cittadinanza avverte e rivendica nella sua necessitata attuazione: viviamo un tempo dove - è ormai un dato di fatto - la cultura dello sballo è quotidiana, anzi è diventata essa stessa quasi una ragione di vita. A volte, occorre avere coraggio ed adottare i provvedimenti giudiziari più consoni ad una devianza che si sta astraendo dalla sua dimensione personale e sta diventando sempre più un problema collettivo, dato l'elevato numero di morti causati da schegge impazzite che non hanno alcun rispetto per l'altrui esistenza e che hanno come solo fine quello della propria alienazione cerebrale.
Finalmente, il Presidente della Repubblica si è ricordato di presiedere l'organo di alta amministrazione che sovraintende all'organizzazione amministrativa della giustizia e, di fronte alle dimissioni di tre componenti della commissione incarichi accusati di privilegiare criteri politici per la nomina dei dirigenti e dei funzionari degli uffici periferici, ha diramato una nota in cui invita l'organo da lui presieduto alla leale collaborazione istituzionale e - soprattutto - arispettare la divisione dei poteri e quindi il Parlamento, sovrano nelle sue scelte di politica legislativa. Le dimissioni dei tre consiglieri (i due di Magistratura democratica, Berruti e Maccora, corrente di sinistra della magistratura che impedì per due volte a Falcone di diventare procuratore nazionale antimafia ed il laico avvocato Vincenzo Siniscalchi, ex senatore del Pds) sono subito rientrate, in silenzio e - presumibilmente - a capo chino vista la reprimenda ottenuta.
Si assiste quotidianamente, infatti, ad interventi del csm ben al di là delle proprie competenze, con puntuali contestazioni dei progetti di legge in materia di giustizia e con altrettanto frequente tendenza a svolgere il ruolo di terza camera con funzione consultivo - referente. Il che, per definizione, si trasforma in una violazione dell'organismo parlamentare ed in una lesione dei principi costituzionali che sovraintendono al funzionamento dell'una e dell'altra istituzione.
Tante voci, più o meno sguaiate, gridano al regime, all'attentato alla democrazia, alla dittatura strisciante, tacciono ipocritamente di fronte a magistrati che dopo aver promesso di rigirare l'Italia come un calzino, dopo essere stati eletti in collegi blindati per poi fondare partiti, ora puntualmente contestano ogni tentativo di riforma di un sistema che ha fallito e che è tra i più lenti in Europa. Un sistema che costa enormemente alle casse dello stato, molto più di un vlo di stato, in termini di risarcimenti che la Corte europea di giustizia attribuisce ai cittadini italiani lesi dagli anni ed anni impiegati per dirimere una lite. Di fronte allora al fallimento della funzione giurisdizionale, che per definizione o si esercita in termini ragionevoli o non è giusta, di fronte a giudici che impiegano mesi a scrivere le sentenze per delitti di mafia, di fronte a boss messi agli arresti domiciliari dai giudici di sorveglianza perchè "caduti in depressione", di fronte alla sistematica (e discrezionale, non obbligatoria) attribuzione di benefici a terroristi faticosamente catturati, il Csm si arrocca sulla difesa dello status quo, trasformando automaticamente in casta i suoi rappresentati, chiusi in torri inaccessibili e - spesso - inefficienti.
Non arriva mai una proposta, da palazzo dei Marescialli: in quella struttura fascista nell'archiettura a pochi passi dalla stazione Termini, si sente solo ed esclusivamente dire che qualcuno vuole mettere sotto controllo i giudici, ma sembra non accaadere nulla che effettivamente leda l'onore ed il prestigio della magistratura per mano dei suoi stessi componenti, riottosi al cambiamento quale che sia per timore di dover davvero lavorare e faticare come quei colleghi che, in silenzio, fanno i conti con le inefficienze e con l'impegno cercano di supplirvi.
Autodifesa irrazionale e di parte di un fallimento istituzionale senza più limite da un lato, appoggio incondizionato dall'altro di una parte politica loquce ed affabulatoria, che però dimentica quanti attacchi sono pervenuti dalle sue fila ai magistrati veramente imparziali. Dato che in questi giorni è tornato sulla breccia, lo stesso D'Alema potrebbe ricordare quali scosse ad altissimo voltaggio sono state riservate a Clementina Forleo.
Ma non sarà così: la verità a volte è cosa di parte, altre volte si nega a prescindere.